Senna, una vita meravigliosamente raccontata in un film-documentario (Senna, di Asif Kapadia)

“Un vincitore vale quanto un vinto” (Ayrton, Montevecchi)

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Tra i vari eventi tragici dell’inizio degli anni Novanta, la bambina di dieci anni che io ero aveva visto l’inizio di una nuova tipologia di guerra, quella del Golfo, con l’entrata massiccia della diretta tv; la morte di Falcone che ci aveva sorpresi mentre con un folto gruppo di cuginetti si giocava in un assolatissimo giardino maggiolino che di colpo divenne muto, come tutta quanta la città; poco dopo, le bombe di via D’Amelio; la tragica morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; Casiraghi che lasciava una disperata consorte, bellissima nel suo dolore con al seguito bellissimi pargoli non ancora ben consci di quello che succedeva alla loro famiglia, molto diversamente della prematura compostezza di Harry e William appena qualche anno dopo; e poi il primo maggio 1994, quando il cuore di Ayrton Senna smise di rombare per sempre.

 

Ogni volta che ascolto ‘Ayrton’ di Paolo Montevecchi* ed interpretata da Lucio Dalla, proprio non mi riesce di non commuovermi. Da qualche giorno sto leggendo di più sul pilota che nella mia mente viveva come l’indiscusso animatore di pigre domeniche pomeriggio, gli altri allo stadio mentre casa mia si riempiva del vespare delle vetture di formula uno. Mi è caro quel rumore di per sè per nulla dolce, come mi è caro il ricordo della tensione a ogni partenza, e il coro di improperi o elogi che puntualmente si levava. Un rito: si partiva e non doveva volare una mosca, poi ci si rilassava, si sguiva la corsa, poi il verdetto finale e un senso definitivo di rilassatezza. Il suono stridulo dei motori mi è più familiare del fischietto dell’arbitro. Ma dicevo, sarà che questa’anno sono vent’anni, ma voglio tornare a Senna non solo con il mio ricordo personale, bensì con la volonta di capire meglio chi era, perchè nella stessa mia casa era un mito oltre che per il mondo. Per questo, ora che ripenso a questa canzone, mi rendo conto che Dalla e Paolo Montevecchi lo avevano capito perfettamente. Avevano capito dove era approdato il pilota e l’uomo Senna, il senso della sua voglia di competere, passando per il suo misticismo sportivo.

Ho letto qualche articolo in questi giorni su Senna, ho guardato alcune sue foto, di cui mi hanno colpito gli occhi e il sorriso. Profondi gli uni, aperto e sincero l’altro. Molti dicono che Senna era sempre molto assorto e che rideva raramente: io non sono d’accordo, Senna rideva spesso ma quando era in pista era assorto, meditativo e concentrato.

Il 3 maggio scorso, mentre ero su un volo di lunga percorrenza, sulla strada verso Senna ho incontrato un toccante documentario su di lui realizzato nel 2010 da Asif Kapadia.

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La vita di Senna è un esempio dell’uomo che lotta per molteplici aspetti, sfidando i tanti, incredibili ostacoli, sfidando i propri limiti con genialità e modestia, parabola mirabilmente raccontata dal bellissimo documentario. Inizia sui kart, giovanissimo, e poi si fa notare subito, in F1, sua una macchina quasi per nulla prestante. E di lì la rincorsa al podio nonostante le forti frizioni con lo storico compagno di scuderia Preston, appoggiato dal presidente FIA Balestre che spesso infligge a Senna discutibili sanzioni, veri e propri bastoni tra le ruote. Nonostante tutto, Senna riuscirà a vincere il suo primo mondiale – anche dichiaratamente imparando dai suoi errori – e descrive l’esperienza come ‘la visione di Dio’. Il pilota, molto religioso, viveva il suo mestiere come una vera e propria esperienza mistica, come un destino assegnatogli da Dio; una fede sincera che praticava spingendosi oltre i limiti e in quelle zone particolari entrava in uno stato di grazia assoluta, di vicinanza con l’Essere di cui, guardando le interviste di Senna, riesco a non dubitare.

Senna che viene accusato di causare molti incidenti, e risponde quasi ferito nell’intimo che chi vuole raggiungere il massimo deve correre rischi non comuni, ma comunque offeso da chi ha dipinto un’immagine di lui come un incosciente capace di manovre azzardate per sè e per gli altri; cosa non vera, perchè Senna è visibilmente scosso per gli incidenti dei colleghi, negozia a costo di duri contrasti con l’organizzazione nuove misure di sicurezza, si innervosisce per la lunga serie di incidenti  (di cui uno mortale che coinvolse Roland Ratzenberger) di quel maledetto GP di Imola del ’94  che culmina con la sua morte, avvenuta per circostanze davvero fatali.

Si vede discutere appassionatamente con i meccanici, ringraziare il medico che lo visita, soffrire per la mancanza di trasparenza con Preston. A un giornalista che gli chiede quale sia il pilota con cui più si sia divertito a ingaggiare un duello, Senna riporta il nome di un collega degli esordi sui kart, per il genuino spirito di gara, per il piacere di correre per seguire una passione pura, senza sponsor, notorietà e politica.

E poi c’è il Senna del suo amato Brasile, a cui corre sempre con il pensiero, per il quale cerca di prodigarsi con opere di bene, e il Brasile ricambia con una venerazione e un affetto impressionanti. Perché i miti portano speranza, e Senna, oltre a rappresentare un esempio di genialità, correttezza, entusiasmo e passione – in una sola parola, di sportività – rappresenta anche l’orgoglio di un paese all’epoca poverissimo e flagellato da vari problemi.

In un’intervista lo sentiamo dire che come pilota ma soprattutto come uomo la sua soddisfazione risiede nell’espansione delle possibilità di apprendimento, ma più come uomo che come pilota nella speranza di vivere una vita bel più lunga della carriera. Senna voleva vivere e si immaginava proiettato ben oltre la sua veste di pilota. Invece è morto a 34 anni, concludendo parallelamente i due percorsi, di vita e di sport, così come li aveva vissuti, indussolubilmente legati, l’uno a dare il senso all’altra e viceversa. Non posso spiegare la tragica bellezza del montaggio delle scene dell’incidente e della morte, realizzato secondo un sapientissimo climax: la sequenza si apre con la lunga ripresa realizzata dall’interno dell’abitacolo del pilota. Non credo di aver mai fatto esperienza di un’emozione cosí forte nel guardare un film, il cuore mi batteva all’impazzata pervaso da un senso di compassione, caricato di angoscia dal viso di Senna incupito e teso in quei giorni. Il finale è noto, come in un libro di cui conosciamo l’ultima pagina, ma il racconto, negli ultimi momenti, raggiunge mirabili effetti di tensione e dolcezza. L’inquadratura dall’interno si ferma bruscamente con la famosa scena dell’impatto (Senna è morto incredibilmente per lo sfondamento del lobo frontale causato da un pezzo di vettura in caduta libera dopo l’impatto), dei soccorsi disperati, e infine del funerale. Sulle splendide note composte da Antonio Pinto, scorre una triste sfilata di tutte le persone accorse per l’ultimo saluto, a cui si alternano brevi spezzoni di felicità vissute da quelle stesse persone con Senna. Una trovata efficacissima, umana e per niente sdolcinata.

La sorella racconta che quel giorno, il 1 maggio del 1994, come era solito fare, Senna aveva interrogato Dio aprendo la Bibbia a caso e che Lui gli abbia risposto che quel giorno gli avrebbe fatto il regalo più grande di tutti, ovvero Dio Stesso. Forse è così, come dicono Dalla-Montevecchi, forse Dio, da quella nuvola sporca di detriti e polvere, gli ha solo sussurrato dolcemente ‘chiudi gli occhi e riposa’ e se l’è preso velocemente, svelandogli il Suo mistero.

Al mondo, almeno ogni tanto, serve qualcosa di buono in cui credere… Senna, per sempre! Uno sprazzo di infinito.

 

 

Senna(film)

* http://video.gazzetta.it/canzone-senna/0b5cf3b4-d526-11e3-9798-3fbbcb701afa