Caro professore: lettera al maestro che mi ha lasciato dedicare gran parte della mia tesi a Tim Burton

Quanto segue e’ una lettera che ho inviato nel 2010 al professore che seguiva la mia tesi di laurea in Linguistica generale sugli adattamenti audiovisivi. La parte di cui vado più orgogliosa e’ quella che ho dedicato a Tim Burton. Inizialmente temevo delle resistenze da parte del docente, che invece poi ha promosso totalmente le mie scelte. Per convincerlo, scrissi questa email che propongo integralmente:

Caro professore,

poiché abbiamo deciso che probabilmente Corpse bride sarà il nostro cavallo di battaglia, mi piacerebbe farla partecipe di alcune considerazioni che non riguardano la linguistica, ma che trovo interessanti se consideriamo il film e Tim Burton in un’ottica più generale.

edwardInnanzitutto, credo che Tim Burton sia geniale, ma non tutto ciò che ha fatto lo è. Voglio dire, che affianco a film molto riusciti, come Edward the scissorhands (Edward mani di forbice) o Nightmare before Christmas, ci sono cose meno convincenti, come il troppo splatter Sweeney Todd. Il mio amore per questo regista, dunque, non si basa su una stima a priori, ne’ tanto meno perché è considerato il regista gothic-dark  per eccellenza. Credo che l’elemento dark rappresenti effettivamente il suo modo di vedere la vita, il suo mood, e non una visione alternativa contrapposta al sentire comune, come viene spesso percepito. Inoltre, a ben vedere, il dark Burton indaga delle dinamiche molto “borghesi” con occhio disincantato e forse deluso, ma non ribelle nella sua accezione più banale. Voglio dire, ad esempio, che un motivo ricorrente nei suoi film è la dinamica genitori – figli e più in generale, la famiglia. Per quanto ho potuto constatare la delusione nei confronti della famiglia quale “prima pietra” della società (troppo convenzionale) non è dettata dalla stereotipata ribellione un po’ adolescenziale nei confronti dell’istituzione in se per se, ma da una sofferta e meditata presa di consapevolezza. Per illustrare questo cammino, tuttavia, Burton predilige il racconto fiabesco, sì spesso macabro, ma non funerario. Il fascino per l’elemento macabro secondo me è molto romantico, più che mortuario. Inoltre, Burton predilige spesso le ambientazioni vittoriane, quale perfetta incarnazione della morsa delle formalità a scapito del vitalismo, e poi, predilige il racconto fatto attraverso gli occhi dei bambini, o dei diversi nelle varie accezioni. I suoi protagonisti, mostri, menomati, morti, servono a mettere in luce – o forse è meglio dire in ombra – le storture della società moderna; si badi bene che la tristezza è un sentimento a latere, prima di tutto, Burton esprime riflessione. In questo, per esempio, lo vedo molto vicino alla spesso fraintesa Famiglia Adams, i cui bizzarri (ma puri) componenti terrorizzano i “normali” quando invece proprio i “normali”, con le loro miserie e la loro avidità, sono da temere.

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 Detto questo, qualcosa di più specifico sulla nostra jubiliciously Sposa cadavere. Innanzitutto Burton fa un uso particolare del colore. Infatti, il mondo dei vivi è tinteggiato veramente a tinte fosche, tutto ricorda il colore della marcescenza (verdino, marroncino, ovviamente nero e grigio), ad eccezione di una farfalla che qua e là svolazza, ma su questo torneremo dopo. Il mondo dei morti, invece, è un’incontenibile esplosione di colore. Il pezzo che ho analizzato, The remains of the day, benché sia interpretato da scheletri, a volte presenta i personaggi quasi in 3D tramite un uso sapiente di colori quasi fosforescenti; la prima volta che l’ho visto ero così colpita che quelle tinte mi hanno letteralmente disorientata.

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Naturalmente, questo uso del colore è funzionale al fatto che il convenzionale mondo dei vivi è a volte più morto del mondo dei morti.

Sempre in quella scena, quella che ho esaminato, Burton inoltre non manca di fare i seguenti ammiccamenti: prima di tutto, lo scheletro “pianista” posta degli occhialoni neri, chiaro riferimento a Ray Charles; poi, il cappello indossato dal “frontman” è una chiara allusione all’inconfondibile look di Tom Waits, che porta una bombetta simile. Infine, c’è una strizzatina d’occhio al film Titanic, quando i due si prendono le mani e iniziano a girare in tondo.

Qualche tessera letteraria. Prima di tutto, Corpse Bride è un adattamento a una storia ebrea-russa, che tramite il personaggio della sposa cadavere, che nell’originale è però un demone, ripropone la tematica ebraica del culto dei morti da parte dei vivi. La sposa cadavere, infatti, rinuncia al marito “vivo” nel momento in cui la sposa vivente di lui le promette di allevare i figli che sarebbero venuti anche da parte sua. Purtroppo ho trovato queste informazioni solo su wikipedia; la mia disperata ricerca del racconto originale non mi ha portato a nulla.

La fisionomia della sposa cadavere, nella sua resa estetica, è sorprendentemente simile alla Cinzia cantata da Properzio. A un certo punto della sua raccolta, Properzio immagina che la donna amata faccia ritorno dal mondo dei morti per rimproverarlo per averla già rimpiazzata; la descrizione di Cinzia sembra essere il modello – sicuramente involontario e casuale – della nostra Emily. Ecco come descrive la sua donna il poeta latino:

“Aveva gli stessi capelli di quando la portarono via,

gli stessi occhi: arsa, sul fianco, la veste,

corroso dal fuoco il berillo, che sempre aveva al dito,

le labbra un poco vizze, dall’acqua del Lete.

Respirava e parlava come un vivo, ma le giunture

delle mani ormai fragili cricchiavano” (Elegie, 4,7 versi 7-12)

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Ora, oltre la descrizione fisica, c’è un elemento caratteriale: la prof.ssa XXX ci  ha spiegato che le labbra corrose dal Lete significano che la donna si è rifiutata di trangugiare le acque del Lete, che secondo la mitologia, i defunti invece dovevano bere per dimenticarsi della loro vita passata, per non soffrire. La donna, dal carattere forte, è come se avesse serrato le labbra pur di non bere, pur di non dimenticare. Lo stesso piglio, la stessa vitalità quasi infantile, la ritroviamo nella sposa cadavere…dubito che Burton abbia letto Properzio, forse si è verificato quel sentire poetico, quell’immaginazione poetica che spesso lega gli artisti senza che lo sappiano. (Tralascio un appunto circa Notre Dame de Paris, in cui sembra tornare Properzio, ma non mi dilungo).

Tanto per restare in ambito classico, ho parlato prima di una farfalla. Ebbene, quando la sposa cadavere torna libera, si tramuta in mille farfalle azzurre. Mi pare valga la pena sottolineare come nell’antichità la farfalla fosse detta psicopompa, cioè trasportatrice di anime: tale era il suo compito, accompagnare l’anima dei defunti nell’aldilà. Questa delicatezza poetica che la classicità ci ha lasciato mi commuove sempre, mi fa venire le lacrime agli occhi: nessuna metafora poteva essere più appropriata per rendere il leggero cammino dell’anima buona, non appesantita da nessuna macchia, verso i Campi Elisi. Per tornare alla sposa, le farfalle del film sono azzurre: simbolo della raggiunta pace interiore.

Ancora: quando i morti invadono il mondo dei vivi, questi ultimi scappano terrorizzati; solo un bambino rimane saldo mentre incede verso di lui un cadavere decomposto. Il bambino, infatti, è l’unico che nella frenesia da panico degli altri ha riconosciuto nel “mostro” un caro, cioè il nonno, che stava incedendo verso il nipotino per abbracciarlo. Inutile dire che mi sono fatta una “capa di pianti”, come si dice dalle mie parti. Questo per tornare al discorso dei punti di vista: i bambini sono puri e vedono le cose come stanno, e le persone per quello che sono (il re è nudo).

Tanto per ridere, immancabile torna, sia in carne e ossa, sia come fantasma, la figura del cane. A riguardo, devo dire che Burton fu cacciato a calci nel didietro dalla Disney per aver composto un cortometraggio che narra la storia di un bimbo che cerca di far resuscitare il suo cagnetto, il corto si chiama Frankenweenie, con chiaro riferimento a Frankestein.

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Le ho scritto queste riflessioni per darle qualche elemento in più, per fare una chiacchierata e per dimostrare come in realtà io non mi vergogni affatto di “sporcarmi le mani con cose semplici”.

A presto!

Ina

(2010)

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