La kriptonite nella borsa, di Ivan Cotroneo

(Recensione del nov.2011)

Famiglia. E’ la prima cosa di cui ci parla Ivan Cotroneo, approdato sabato scorso a “La Feltrinelli” di Bari per presentare il suo primo film da regista, tratto dal suo terzo libro, “La kryptonite nella borsa”. Si definisce “di famiglia” in Puglia, dove ha trascorso molto tempo con Ozpetek per “Mine vaganti” di cui ha curato la sceneggiatura che gli è valsa  il Globo d’oro 2010. Di famiglia parla quando descrive il rapporto con gli attori, corteggiati e fortemente voluti per il suo film, con cui dice di instaurare, ogni volta, uno stretto rapporto che vive le stesse fasi di una vera amicizia e che porta inevitabilmente a un’ intimità naturale.

Legato a Bari, di riflesso, per Emilio Solfrizzi, protagonista della fortunata serie televisiva “Tutti pazzi per amore”, di cui è autore….e fin qui è chiaro che Cotroneo vanta una lunga esperienza nel cinema e nella televisione e in varie vesti; e la sua poliedriticità non si ferma qui: scrittore, di libri e di testi musicali – ha collaborato con Syria – e c’è la sua firma anche nello show condotto dalla Dandini “L’ottavo nano”. E qui ci si apre un’altra strada per capire chi è Cotroneo, una strada che porta all’ironia, al sorriso fatto nascere da una comicità intelligente e travolgente pur parlando di cose serie. Perché “La kryptonite nella borsa” parla di famiglia, di rapporti umani difficili ma genuini, nel segno di una spontanea allegria tutta napoletana. La storia è ambientata nella solare ed essenziale (se non povera) Napoli frikkettona degli anni ’70 e ruota attorno al piccolo Peppino (Luigi Catani) che si trova ad affrontare una burrasca familiare attorniato da una ricca parentela i cui membri hanno ognuno una precisa personalità che sembra prendere più colore – o più smalto – solo e soltanto con la comica o sofferta interazione con l’altro. Peppino ha come fido interlocutore lo spettro di Gennaro Superman, uno stralunato defunto cugino che si presenta con un arrangiatissimo costume da supereroe, e come tutori due zii che sognano la rivoluzione psichedelica e Londra, al cui seguito Peppino farà esperienze assolutamente inadeguate per la sua età ma altrettanto divertenti.

La mamma di Peppino, interpretata da Valeria Golino, si ammalerà di depressione quando scoprirà che il marito (Luca Zingaretti) la tradisce, perché invece di lasciare esplodere rabbia e dolore, la donna implode e solo una difficile riflessione la porterà ad un approdo emotivo più sereno. La Golino ha saputo dare vita a un ritratto di donna umanissimo, ipnotico per lo sguardo ma soprattutto magistralmente vivificato da un’attrice che sa usare sapientemente una vasta gamma di espressioni e direi microespressioni. Guardatele come riesce a far tremare impercettibilmente i muscoli facciali: che sia di lezione a quanti impostano la recitazione sulla fredda fascinazione della sola bellezza di un volto.

Lo scorrere lineare dell’azione si interrompe, di tanto in tanto, su piccoli quadretti, filmini nel film, che sono proiezioni un po’ allucinate di pensieri o speranze dei protagonisti, modus narrandi tanto caro a Cotroneo, che sviluppa questi “flash” su una colonna sonora selezionata ad hoc, restituendo apertamente alle musiche un ruolo narrativo.

Peppino è un piccolo grande osservatore: lo stesso Cotroneo rende omaggio, in conferenza, al rigore di Catani, la cui naturale diligenza ha restituito fedelmente al suo personaggio questo aspetto della personalità così difficile da recitare per un attore così giovane, e così essenziale per questo film. Peppino osserva gli altri e sé stesso per trovare il suo posto nel mondo, con e nonostante gli altri.

Mi colpisce che siano usciti contemporaneamente due film, l’altro è quello di Mezzapesa “Il paese delle spose infelici”, che gettano uno sguardo sul mondo attraverso gli occhi dei ragazzini, anche in retrospettiva; di certo non è una novità: basti pensare, per fare qualche esempio anche abbastanza recente, a “Caterina va in città” di Virzì o a “Tutto l’amore che c’è” (che mi piace ricordare per omaggiare la memoria del nostro Damiano Russo) che con il film di Cotroneo condivide tanto, dal periodo storico al setting meridionale, dalle musiche ai costumi. Questa non mi sembra una coincidenza, forse è una risposta del cinema italiano – sicuramente più riflessivo che nostalgico – a capire, tramite l’occhio curioso, spaurito ma ancora ricettivo dei ragazzi, cosa siamo diventati alla luce di ciò che eravamo. (“Quando ero bambina” – Mina, dalla colonna sonora).

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