Quando la moda diverte

Adoro fare acquisti su ebay, in otto anni ho maturato una certa bravura e di passi falsi ne ho fatti solo un paio. Di piattaforme per lo shopping online oggi ce ne sono diverse, ma ebay rimane tra le top delle più popolari. Personalmente ho fatto grandi affari: libri introvabili, abiti di marca in perfette condizioni, pezzi originali e tante altre chicche.

Qui vi propongo solo gli ultimi due pezzi che ho trovato, all’insegna del sorriso.

Un paio di adorabili scarpe Camper, rosse, decorate con un minuscolo aereo e la sua traiettoria, per vere viaggiatrici. Sono state vendute per circa 44 euro, spedizione inclusa.

$_57

Per le amanti delle calze e dei gatti, anche se spesso c’e’ incompatibilità  tra calze e gatti, un modello tenero e sexy allo stesso tempo, un po’ stile manga:

$T2eC16R,!)YFIcebgtjsBSQo3H)Sj!~~60_12

  La gattina in questione ha speso circa 18 euro.

La grintosa collezione di borse di Francesca Bonavoglia, BONAIVE

Screen Shot 2014-01-16 at 5.44.43 PM

Voglio scrivere qualcosa di personale sulla collezione di borse BONAIVE, che in questi giorni ha catturato l’attenzione di precious7, portale la cui mission e’ trovare giovani talenti  del fashion design in giro per il mondo.

http://www.precious7.com/meet-the-designer/

Conosco Francesca, abbiamo un grado di parentela che ci separa secondo una giusta distanza fatta di curiosita’ e ammirazione, da sempre. Non troppo vicine, non troppo lontane, ho sempre pensato a lei come a una misteriosa e vivace abitante del magico mondo della moda. Da bambine non ci siamo frequentate, eppure io la osservavo, lei ha solo un paio d’anni piu’ di me ma sufficienti, quando sei piccola, a guardare con venerazione alle cuginette immensamente piu’ ‘grandi’ dove grande non e’ il dato anagrafico ma un grado di bellezza e ‘figaggine’ (cool!) superiori. E’ cresciuta tra stoffe e disegni, ai miei occhi lei e sua madre erano delle dive sicuramente glamour ma mai snob. Io sono cresciuta in maniera molto piu’ ‘selvaggia’, vestita con pezzi anche discutibili negli anni ’80 che in quanto a moda per ragazzine potevano essere anche miserevoli…Francesca era sempre elegante. Davvero, per me, sua mamma e lei venivano da un mondo incantato, profumato, mi sembravano appena scese dal palco di ‘Jem & the Holograms’, per il loro stile personale seppure aggiornatissimo, grintoso e selezionato. Perche’ la moda detta una legge che non e’ uguale per tutti e ci sono persone che vi si ispirano ma solo per aggiungere qualcosa di proprio, per innovarla.

Sempre attenta all’immagine con occhio educato al bello, da una famiglia dove ognuno ha il suo piccolo talento artistico, di viaggiatori e coraggiosi imprenditori, anche adesso, in un periodo cosi difficile per il mercato, Francesca coglie la sfida e mette a frutto la sua lunga esperienza e la sua creativita’ con questa bella collezione.

Edith1

Come definirla? Senza pensarci  troppo, se mi lascio ispirare da una panoramica delle borse, direi che e’ una collezione giovane e colorata, dalle forme abbastanza classiche energizzate dalle geometrie di sapore etnico che possono essere paragonate, in chiave re-interpretativa, all’art deco’, celebrato di recente sulla scia del ‘Grande Gatsby’. Le borse godono del pregio della versatilita’ e si prestano perfettamente ad essere abbinate sia a capi eleganti sia boho, perche’ no? Non sono borse da classificare come rigorosamente chic o unilateralmente pop poiche’ si abbinano bene praticamente con tutto pur mantenendo uno stile deciso e personalissimo. Non sono borse che una ragazza non noti…Infatti, lo scorso novembre, la supermodella olandese Doutzen Kroes e’ stata testimonial per caso della linea Bonaive, pubblicando su Istangram una sua foto mentre indossa una borsa della collezione, in anteprima.

Screen Shot 2014-01-16 at 6.36.59 PM

Faccio i migliori auguri a Francesca, che  possa affermarsi come imprenditrice e designer, che la sua idea BONAIVE porti orgogliosamente alta la bandiera dello stile italiano per il mondo.

ypsi1 tracy1roy1

Su instagram BONAIVE_OFFICIAL e su facebook

https://www.facebook.com/pages/Bonaive/554776137947987?fref=ts

Caro professore: lettera al maestro che mi ha lasciato dedicare gran parte della mia tesi a Tim Burton

Quanto segue e’ una lettera che ho inviato nel 2010 al professore che seguiva la mia tesi di laurea in Linguistica generale sugli adattamenti audiovisivi. La parte di cui vado più orgogliosa e’ quella che ho dedicato a Tim Burton. Inizialmente temevo delle resistenze da parte del docente, che invece poi ha promosso totalmente le mie scelte. Per convincerlo, scrissi questa email che propongo integralmente:

Caro professore,

poiché abbiamo deciso che probabilmente Corpse bride sarà il nostro cavallo di battaglia, mi piacerebbe farla partecipe di alcune considerazioni che non riguardano la linguistica, ma che trovo interessanti se consideriamo il film e Tim Burton in un’ottica più generale.

edwardInnanzitutto, credo che Tim Burton sia geniale, ma non tutto ciò che ha fatto lo è. Voglio dire, che affianco a film molto riusciti, come Edward the scissorhands (Edward mani di forbice) o Nightmare before Christmas, ci sono cose meno convincenti, come il troppo splatter Sweeney Todd. Il mio amore per questo regista, dunque, non si basa su una stima a priori, ne’ tanto meno perché è considerato il regista gothic-dark  per eccellenza. Credo che l’elemento dark rappresenti effettivamente il suo modo di vedere la vita, il suo mood, e non una visione alternativa contrapposta al sentire comune, come viene spesso percepito. Inoltre, a ben vedere, il dark Burton indaga delle dinamiche molto “borghesi” con occhio disincantato e forse deluso, ma non ribelle nella sua accezione più banale. Voglio dire, ad esempio, che un motivo ricorrente nei suoi film è la dinamica genitori – figli e più in generale, la famiglia. Per quanto ho potuto constatare la delusione nei confronti della famiglia quale “prima pietra” della società (troppo convenzionale) non è dettata dalla stereotipata ribellione un po’ adolescenziale nei confronti dell’istituzione in se per se, ma da una sofferta e meditata presa di consapevolezza. Per illustrare questo cammino, tuttavia, Burton predilige il racconto fiabesco, sì spesso macabro, ma non funerario. Il fascino per l’elemento macabro secondo me è molto romantico, più che mortuario. Inoltre, Burton predilige spesso le ambientazioni vittoriane, quale perfetta incarnazione della morsa delle formalità a scapito del vitalismo, e poi, predilige il racconto fatto attraverso gli occhi dei bambini, o dei diversi nelle varie accezioni. I suoi protagonisti, mostri, menomati, morti, servono a mettere in luce – o forse è meglio dire in ombra – le storture della società moderna; si badi bene che la tristezza è un sentimento a latere, prima di tutto, Burton esprime riflessione. In questo, per esempio, lo vedo molto vicino alla spesso fraintesa Famiglia Adams, i cui bizzarri (ma puri) componenti terrorizzano i “normali” quando invece proprio i “normali”, con le loro miserie e la loro avidità, sono da temere.

the-addams-family-1964-show

 Detto questo, qualcosa di più specifico sulla nostra jubiliciously Sposa cadavere. Innanzitutto Burton fa un uso particolare del colore. Infatti, il mondo dei vivi è tinteggiato veramente a tinte fosche, tutto ricorda il colore della marcescenza (verdino, marroncino, ovviamente nero e grigio), ad eccezione di una farfalla che qua e là svolazza, ma su questo torneremo dopo. Il mondo dei morti, invece, è un’incontenibile esplosione di colore. Il pezzo che ho analizzato, The remains of the day, benché sia interpretato da scheletri, a volte presenta i personaggi quasi in 3D tramite un uso sapiente di colori quasi fosforescenti; la prima volta che l’ho visto ero così colpita che quelle tinte mi hanno letteralmente disorientata.

hqdefault-2

Naturalmente, questo uso del colore è funzionale al fatto che il convenzionale mondo dei vivi è a volte più morto del mondo dei morti.

Sempre in quella scena, quella che ho esaminato, Burton inoltre non manca di fare i seguenti ammiccamenti: prima di tutto, lo scheletro “pianista” posta degli occhialoni neri, chiaro riferimento a Ray Charles; poi, il cappello indossato dal “frontman” è una chiara allusione all’inconfondibile look di Tom Waits, che porta una bombetta simile. Infine, c’è una strizzatina d’occhio al film Titanic, quando i due si prendono le mani e iniziano a girare in tondo.

Qualche tessera letteraria. Prima di tutto, Corpse Bride è un adattamento a una storia ebrea-russa, che tramite il personaggio della sposa cadavere, che nell’originale è però un demone, ripropone la tematica ebraica del culto dei morti da parte dei vivi. La sposa cadavere, infatti, rinuncia al marito “vivo” nel momento in cui la sposa vivente di lui le promette di allevare i figli che sarebbero venuti anche da parte sua. Purtroppo ho trovato queste informazioni solo su wikipedia; la mia disperata ricerca del racconto originale non mi ha portato a nulla.

La fisionomia della sposa cadavere, nella sua resa estetica, è sorprendentemente simile alla Cinzia cantata da Properzio. A un certo punto della sua raccolta, Properzio immagina che la donna amata faccia ritorno dal mondo dei morti per rimproverarlo per averla già rimpiazzata; la descrizione di Cinzia sembra essere il modello – sicuramente involontario e casuale – della nostra Emily. Ecco come descrive la sua donna il poeta latino:

“Aveva gli stessi capelli di quando la portarono via,

gli stessi occhi: arsa, sul fianco, la veste,

corroso dal fuoco il berillo, che sempre aveva al dito,

le labbra un poco vizze, dall’acqua del Lete.

Respirava e parlava come un vivo, ma le giunture

delle mani ormai fragili cricchiavano” (Elegie, 4,7 versi 7-12)

la_sposa_cadavere_120x240

Ora, oltre la descrizione fisica, c’è un elemento caratteriale: la prof.ssa XXX ci  ha spiegato che le labbra corrose dal Lete significano che la donna si è rifiutata di trangugiare le acque del Lete, che secondo la mitologia, i defunti invece dovevano bere per dimenticarsi della loro vita passata, per non soffrire. La donna, dal carattere forte, è come se avesse serrato le labbra pur di non bere, pur di non dimenticare. Lo stesso piglio, la stessa vitalità quasi infantile, la ritroviamo nella sposa cadavere…dubito che Burton abbia letto Properzio, forse si è verificato quel sentire poetico, quell’immaginazione poetica che spesso lega gli artisti senza che lo sappiano. (Tralascio un appunto circa Notre Dame de Paris, in cui sembra tornare Properzio, ma non mi dilungo).

Tanto per restare in ambito classico, ho parlato prima di una farfalla. Ebbene, quando la sposa cadavere torna libera, si tramuta in mille farfalle azzurre. Mi pare valga la pena sottolineare come nell’antichità la farfalla fosse detta psicopompa, cioè trasportatrice di anime: tale era il suo compito, accompagnare l’anima dei defunti nell’aldilà. Questa delicatezza poetica che la classicità ci ha lasciato mi commuove sempre, mi fa venire le lacrime agli occhi: nessuna metafora poteva essere più appropriata per rendere il leggero cammino dell’anima buona, non appesantita da nessuna macchia, verso i Campi Elisi. Per tornare alla sposa, le farfalle del film sono azzurre: simbolo della raggiunta pace interiore.

Ancora: quando i morti invadono il mondo dei vivi, questi ultimi scappano terrorizzati; solo un bambino rimane saldo mentre incede verso di lui un cadavere decomposto. Il bambino, infatti, è l’unico che nella frenesia da panico degli altri ha riconosciuto nel “mostro” un caro, cioè il nonno, che stava incedendo verso il nipotino per abbracciarlo. Inutile dire che mi sono fatta una “capa di pianti”, come si dice dalle mie parti. Questo per tornare al discorso dei punti di vista: i bambini sono puri e vedono le cose come stanno, e le persone per quello che sono (il re è nudo).

Tanto per ridere, immancabile torna, sia in carne e ossa, sia come fantasma, la figura del cane. A riguardo, devo dire che Burton fu cacciato a calci nel didietro dalla Disney per aver composto un cortometraggio che narra la storia di un bimbo che cerca di far resuscitare il suo cagnetto, il corto si chiama Frankenweenie, con chiaro riferimento a Frankestein.

frankenweenie-1984-L-8sNgaQ-2

Le ho scritto queste riflessioni per darle qualche elemento in più, per fare una chiacchierata e per dimostrare come in realtà io non mi vergogni affatto di “sporcarmi le mani con cose semplici”.

A presto!

Ina

(2010)

La kriptonite nella borsa, di Ivan Cotroneo

(Recensione del nov.2011)

Famiglia. E’ la prima cosa di cui ci parla Ivan Cotroneo, approdato sabato scorso a “La Feltrinelli” di Bari per presentare il suo primo film da regista, tratto dal suo terzo libro, “La kryptonite nella borsa”. Si definisce “di famiglia” in Puglia, dove ha trascorso molto tempo con Ozpetek per “Mine vaganti” di cui ha curato la sceneggiatura che gli è valsa  il Globo d’oro 2010. Di famiglia parla quando descrive il rapporto con gli attori, corteggiati e fortemente voluti per il suo film, con cui dice di instaurare, ogni volta, uno stretto rapporto che vive le stesse fasi di una vera amicizia e che porta inevitabilmente a un’ intimità naturale.

Legato a Bari, di riflesso, per Emilio Solfrizzi, protagonista della fortunata serie televisiva “Tutti pazzi per amore”, di cui è autore….e fin qui è chiaro che Cotroneo vanta una lunga esperienza nel cinema e nella televisione e in varie vesti; e la sua poliedriticità non si ferma qui: scrittore, di libri e di testi musicali – ha collaborato con Syria – e c’è la sua firma anche nello show condotto dalla Dandini “L’ottavo nano”. E qui ci si apre un’altra strada per capire chi è Cotroneo, una strada che porta all’ironia, al sorriso fatto nascere da una comicità intelligente e travolgente pur parlando di cose serie. Perché “La kryptonite nella borsa” parla di famiglia, di rapporti umani difficili ma genuini, nel segno di una spontanea allegria tutta napoletana. La storia è ambientata nella solare ed essenziale (se non povera) Napoli frikkettona degli anni ’70 e ruota attorno al piccolo Peppino (Luigi Catani) che si trova ad affrontare una burrasca familiare attorniato da una ricca parentela i cui membri hanno ognuno una precisa personalità che sembra prendere più colore – o più smalto – solo e soltanto con la comica o sofferta interazione con l’altro. Peppino ha come fido interlocutore lo spettro di Gennaro Superman, uno stralunato defunto cugino che si presenta con un arrangiatissimo costume da supereroe, e come tutori due zii che sognano la rivoluzione psichedelica e Londra, al cui seguito Peppino farà esperienze assolutamente inadeguate per la sua età ma altrettanto divertenti.

La mamma di Peppino, interpretata da Valeria Golino, si ammalerà di depressione quando scoprirà che il marito (Luca Zingaretti) la tradisce, perché invece di lasciare esplodere rabbia e dolore, la donna implode e solo una difficile riflessione la porterà ad un approdo emotivo più sereno. La Golino ha saputo dare vita a un ritratto di donna umanissimo, ipnotico per lo sguardo ma soprattutto magistralmente vivificato da un’attrice che sa usare sapientemente una vasta gamma di espressioni e direi microespressioni. Guardatele come riesce a far tremare impercettibilmente i muscoli facciali: che sia di lezione a quanti impostano la recitazione sulla fredda fascinazione della sola bellezza di un volto.

Lo scorrere lineare dell’azione si interrompe, di tanto in tanto, su piccoli quadretti, filmini nel film, che sono proiezioni un po’ allucinate di pensieri o speranze dei protagonisti, modus narrandi tanto caro a Cotroneo, che sviluppa questi “flash” su una colonna sonora selezionata ad hoc, restituendo apertamente alle musiche un ruolo narrativo.

Peppino è un piccolo grande osservatore: lo stesso Cotroneo rende omaggio, in conferenza, al rigore di Catani, la cui naturale diligenza ha restituito fedelmente al suo personaggio questo aspetto della personalità così difficile da recitare per un attore così giovane, e così essenziale per questo film. Peppino osserva gli altri e sé stesso per trovare il suo posto nel mondo, con e nonostante gli altri.

Mi colpisce che siano usciti contemporaneamente due film, l’altro è quello di Mezzapesa “Il paese delle spose infelici”, che gettano uno sguardo sul mondo attraverso gli occhi dei ragazzini, anche in retrospettiva; di certo non è una novità: basti pensare, per fare qualche esempio anche abbastanza recente, a “Caterina va in città” di Virzì o a “Tutto l’amore che c’è” (che mi piace ricordare per omaggiare la memoria del nostro Damiano Russo) che con il film di Cotroneo condivide tanto, dal periodo storico al setting meridionale, dalle musiche ai costumi. Questa non mi sembra una coincidenza, forse è una risposta del cinema italiano – sicuramente più riflessivo che nostalgico – a capire, tramite l’occhio curioso, spaurito ma ancora ricettivo dei ragazzi, cosa siamo diventati alla luce di ciò che eravamo. (“Quando ero bambina” – Mina, dalla colonna sonora).