E se fossi io, e lei me… (Lampedusa)

E se fossi io a dover raggiungere Londra a piedi, dopo aver pagato con tutto quello che la mia famiglia possiede gente senza scupoli che mi ammassa su un camion, magari mi abbandona sulle Alpi mezza nuda al gelo, mi costringe a raggiungere a piedi la Manica, mentre qualcuno dei miei compagni di viaggio mi muore accanto, tra stupri e violenze; se si baratta la mia libertà perchè in cambio di una strada un paese decide di trattenermi in prigione, dove mi ammalo e dimagrisco senza avere più le forze per respirare; se mi togliessero il passaporto e con quello la mia identità e la dignità di essere umano; se comunque trovassi le forze per scappare e cercassi di raggiungere le sponde inglesi su una zattera, sempre che non venga presa e buttata a mare o morire di stenti o annegata; e se anche dovessi approdare, denunciata per immigrazione clandestina, se mi ritrovassi attorniata dalle bare dei miei vicini di casa, della ragazza con cui sono cresciuta, della figlia del dottore, del nipote del preside della mia scuola, della migliore amica incinta, del figlio del fruttivendolo appena laureato, dei bimbetti le cui urla scherzose arrivano fino a casa mia e hanno dato calore ai miei giorni, ora muti con i loro padri e fratelli nella bara…se io fossi lì, al posto della ragazza che ho visto in tv con gli occhi sbarrati e fosse lei, al sicuro a guardare me mentre mangia un cibo caldo, e io lei, nella più assoluta disperazione e solitudine….ma io sono al posto mio, e lei allo sciagurato posto suo, e io non ho fatto niente per meritarmi di essere nata nella parte giusta del mondo, e manco lei per essere nata dalla parte sbagliata…

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Visione dal pontile – 30.VIII.2013

Oggi ho buttato delle fette di pancarrè a mare, sotto il pontile. Un grosso granchio, che se ne stava tranquillo attaccato al pilone, ha aspettato che la fetta si avvicinasse, è salito sulla fetta e ha iniziato a mangiarla, mentre si allontanava dalla sua usuale, stabile postazione trascinato da quel suo piccolo El Dorado. Dopo un po’, l’ho visto scivolare via dalla fetta, sazio, sicuramente felice mentre iniziava a volteggiare lieve nella sua discesa verso l’oscuro fondale… Mi ha fatto veramente ridere, ma c’è qualcosa di più profondo che mi ha ispirato questa visione leggera…

Ferrhotel di Mariangela Barbanente ( articolo scritto poco prima del BIf&st 2012)

A breve, Bari ospiterà nuovamente il Bif&st, sontuoso banchetto del cinema italiano e straniero quanto mai composito, interessante e festoso. Per questo appuntamento, la città sembra diventare la capitale del cinema offrendo ai suoi cittadini un vero parco giochi di visioni, laboratori, dove non manca l’occasione di potersi confrontare de visu con attori, registi, critici, colti inaspettatamente per strada o in conosciuti locali baresi mentre si abbandonano alla nostra amata cucina. Ed è bello anche questo, di una festa è degno di nota anche il dietro le quinte.

Così come Bari si scopre per una settimana capace di accogliere con amore ed entusiasmo un organismo complesso e sofisticato quale una rassegna cinematografica di tale respiro,  è proprio un documentario in cartellone al Bif&st, “Ferrhotel”, che alza il velo su un’altra Bari, che vede ed è vista, ma a volte non abbastanza o non vuole farlo.

“Ferrhotel” documenta la quotidianità di un dramma consumato silenziosamente proprio nel cuore della città, dove un gruppo di Somali trova rifugio in un grigio hotel in disuso che si erge proprio fuori la stazione centrale. Con una delicatezza e profondità eccezionali, la regista pugliese Mariangela Barbanente cattura piccoli squarci di vita quotidiana di persone costrette a scappare dal proprio paese lasciandosi alle spalle guerre, povertà e dolore ma anche persone amate. Senza intrusioni da parte della macchina da presa, ma al contrario con la partecipazione dei protagonisti che si raccontano in prima persona, si dipana una storia fatta di ricordi e di sogni in stand-by, di un senso di salvezza però corroso dal male dell’immobilità. Salvi da drammi sconcertanti, gli ospiti di Ferrhotel iniziano a sentire il peso di un’attesa che sembra non dover finire mai. Hanno lasciato i loro paesi con la speranza della realizzazione di una nuova vita, invece il tempo passa e tutto rimane immobile. Raccontano le loro aspettative deluse, nel limbo dell’attesa di un lavoro e di un’opportunità li si scopre simili a tanta gioventù meridionale, paralizzata e  irrealizzata perché senza lavoro, senza prospettive di cambiamento: i discorsi sono gli stessi. Eppure sembra peccato pensare a questo, perché qui non c’è la guerra, qui non c’è la morte, ed è difficile giustificare questa forma di sofferenza latente, trovandosi soffocati da un senso di lotta immobile e di estenuante logorio, che però non ha sangue e non ha fame.

Il documentario si svolge secondo un sottile gioco di contrasti, tra il fuori – una Bari appena scorta attraverso i vetri sottili dell’hotel, inconsapevole di essere osservata, quasi indifferente, e  il dentro – le stanze dell’edificio dove bruciano e si consumano le speranze dei rifugiati, mentre regna un sentimento di attesa tradita ogni momento. Ferrhotel ci consegna una città che è anche rifugio, una bolla di sapone tra i gioiosi schiamazzi dei ragazzi dello Scacchi e gli annunci della stazione, voci da fuori, bisbigli da dentro; luci urbane da fuori, candele da dentro.

La narrazione risulta straordinariamente delicata nel descrivere una tragedia non del sangue e della fame, ma del tempo, composta senza i toni sdolcinati del dramma ma con  un’evidente partecipazione umana, che si fa risorsa nel momento in cui riesce a vincere la difficilissima sfida di dover comunicare, al di sopra di tutto, la speciale dignità propria delle persone che prendono la sofferta decisione di scappare dai  propri paesi in difficoltà.

Colpisce lo straordinario ruolo delle donne che si preoccupano ed occupano dei loro connazionali, uomini che non mangiano per la depressione, e che vengono richiamati alla vita con affettuosi rimproveri da sorelle. E’ il racconto di un’alienazione, di un limbo, di un non realizzato, ma anche di legami umani, di amicizia e di parentela molto forti. Si scappa dalla guerra o dalla miseria e si finisce in un inferno più quieto, immobile ma non meno ammorbante. Un inferno di eterna attesa, di aspettative deluse, del sopravvissuto che arriva a destinazione e non può realizzare la sua vita altrove, ma nonostante questo, si alza una voce femminile che continua a progettare il futuro, a parlare di speranza, e a ricordare ai suoi connazionali il senso di appartenenza, di fratellanza, e di condivisione di un’origine che può salvare dalla disperazione.

Anche questa è Bari. Sull’ingressso  di questo edificio grigio e anonimo che è il Ferrhotel, c’è una targa che recita: “non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”. Stiamo per accogliere una bella festa: buona visione a tutti.

 Febbraio 2012