SAMUELE BERSANI E LA NON BANALITÀ DELLE DEBOLEZZE UMANE

A volte capita che un intuito magico ci inviti a insistere in certe azioni, siano queste eroiche o molto, molto semplici come ad esempio non arrendersi a una radio che gracchia perché si indovina che quelle parole metalliche e disturbate dicono qualcosa di imperdibile. Così domenica scorsa, mentre in aria di festa guidavo con il sedile occupato da vestiti da matrimonio (non mio) che di lì a poco avrei indossato, mentre  immaginavo la bellezza degli sposi, la musica, nello scenario mozzafiato della mia adorata Puglia, col mare, le nuvole rilassate sul cielo rosa e così via – ho riconosciuto la voce a me tanto familiare di Samuele Bersani. Attraverso una nota emittente radiofonica stava parlando del suo nuovo singolo, “En e Xanax”, che introduce il suo nuovo cd in uscita in questi giorni.

Certo Bersani non è uno da “Vamos a la playa”, non è uno da prequel matrimoniale, è uno il cui ascolto attraverso quelle cuffie ridicolmente over size di moda risulterebbe grottesco. Per Bersani ci vuole una particolare predisposizione che io non so descrivere ma che tutti quelli che lo seguono conoscono molto bene. La sua non è una musica che sta dall’altro lato delle atmosfere leggere poco fa citate: se vi immaginate quelle a destra di un orizzonte, Bersani non sta a sinistra in una scala che inizia con colori vivaci e degrada in quelli più seri; Bersani, in questa linearità orizzontale, non sta nell’opposizione, semplicemente ci sta sopra, nell’etere. Questo è il merito di chi canta la realtà senza censure, prediligendo gli angoli nascosti che serbano tesori. Ricordatevi di Chicco e Spillo, di Fedina penale, de l’Oroscopo speciale, di Cattiva.

Ma torniamo alla radio. Nel punto in cui ho iniziato a seguire l’intervista, Samuele spiegava che un giorno si ritrovò in una situazione intima con una persona, a cui, forse senza un certo imbarazzo, stava confessando che in quel momento della sua vita assumeva ansiolitici. Quella persona gli ha confessato lo stesso. In un sublime stupore, lui l’ha mandata via, ha scritto “En e Xanax” e dopo due notti gliel’ha fatta ascoltare.

En e Xanax sono, fondamentalmente, due ansiolitici assunti per gli attacchi di panico e vari disturbi correlati come insonnia, tachicardia, etc. Se ci guardiamo intorno, possiamo tranquillamente dire che la società banalizza enormemente i dolori umani mercificandoli, oppure, con maggior frequenza, pressa gli individui perché siano (illusoriamente) perfetti e infallibili, costringendoli a un culto dell’individualismo che ci sta dividendo. Guai a confessare una paura. Sotto questa pressa, del materiale esce dagli angoli e va a concentrarsi nei più sensibili, quelli meno anestetizzati al cuore, quelli che permettendosi di soffrire, verrebbero e vengono bollati come deboli. La debolezza è censurata e quanto più è vista con imbarazzo tanto più crea dolore, ferite, disagi anche sociali. I coraggiosi che l’ammettono sono malvisti. Ma io penso, solo fino a un certo punto. Credo che a volte il lusso di non lasciarsi accalappiare da falsi miti crei anche invidia di chi vorrebbe dire (e sentire nel senso di avvertire) ma è paralizzato. Abbandonarsi alle lacrime, sentire il proprio dolore, e perché no, chiedere aiuto. Additando tutto ciò come peccato, ci hanno buttato in una trappola micidiale quando in realtà è in pericolo non chi chiede aiuto, ma chi pensa di non averne mai bisogno, non chi piange, ma chi non lo fa, chi vuole parlare e non ha le parole o orecchie che lo ascoltino. Sempre meno autentici, sempre più infelici, sempre meno umani.

L’uomo non è infallibile. Nel bellissimo “L’ultima tentazione di Cristo” – non a caso praticamente messo al bando – anche Cristo, l’uomo, ha paura e lotta strenuamente contro le sue paure. Ma la stessa paura fa paura.

Perciò è un miracolo quando si confessano le proprie paure e in cambio si ha comprensione, al posto di costernazione. La prima vera cura è la messa a fuoco; chi chiede aiuto è più sano di chi non si vede. Raccontarsi e trovare ascolto, poi, è il Miracolo. Anche quando non è facile e non lo è quasi mai. “En e Xanax quando litigavano avrebbero potuto fermare anche il traffico di New York o uccidersi al telefono” come spiega Samuele, anime che non sono timide, infiammate da sentimenti di una intensità fuori dal comune e galvanizzate dal dolore entrano anche violentemente in collisione. Nonostante questo, le anime restano belle “tu hai l’anima che io vorrei avere”.

Scioccamente, alcuni pensano che comprendere sia giustificare atteggiamenti dannosi, manie o errori, ma non è così. La comprensione è la prima cura verso qualsiasi guarigione, la speranza verso la non reiterazione dell’atteggiamento sbagliato o patologico. Ci si racconta, e a volte non si viene ascoltati o capiti; ci si racconta, e che gioia celestiale quando troviamo corrispondenza “se mi racconterai le tue paure, il giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle […] puoi contare su di me per una rivoluzione”. La gioia primitiva di un reciproco riconoscersi.

Questa canzone mi ha ricordato tanto “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” o i personaggi outsider, dolcissimi, di “Million dollar hotel”. Durante l’intervista, con molta umiltà, Bersani l’accosta ad “Anna e Marco” e si commuove pensando a Dalla. D’altronde è stato il suo maestro, la prima persona che ha creduto veramente in lui – e tanto c’è di Dalla in Bersani. Personalmente, la canzone effettivamente condivide con la poetica dalliana alcune atmosfere, per esempio la strofa (divina) “Lei per strada lui rubava i libri della biblioteca e poi glieli leggeva seduto sopra un cofano” ammicca chiaramente agli scenari cittadini tanto cari ai due autori romagnoli, che descrivevano non-stinchi-di-santo con una delicatezza e poeticità assolute, capaci di dar vita ad anime nude in dialogo. Ascoltando attentamente questa canzone, come tante altre di Bersani ed effettivamente moltissime di Dalla, sembra quasi di scostare la tendina di una stanza segreta e ascoltare due anime vicinissime che si parlano, senza la sensazione dell’intrusione, ma semmai della partecipazione.

Amore è accettazione salvifica. Per quanto ci si salva da soli tutti abbiamo bisogno degli altri, non di tutti gli altri, ma di qualcuno tra loro fatto per la nostra comprensione, a misura del nostro amore. A patto che ci si tolga le maschere e non si cada nella rete delle censure. Censurare la debolezza umana è ammutolire una grande parte della sensibilità umana, che per natura soffre anche, ed ha paura. Coraggio non è non aver paura, ma affrontarla. E’ guardare la Donna Scheletro descritta da Clarissa Estes,  amarla per riportarla in vita; è vedere la bellezza prima che esista,  come la bellissima immagine dell’occhio di Dio che vede l’Uomo poggiando lo sguardo su una poltiglia di fango.

Una mente non sviluppata, e quindi una società non sviluppata crede nell’onnipotenza e nell’infallibilità e fa violenza sugli individui.

Credo che la canzone manifesti anche che  in questi tipi di amore il miracolo avvenga non con l’ essere simili, ma avere ferite simili per cui poter sintetizzare una medicina fatta con il proprio sangue, con la propria anima, grazie al contatto profondo con le nostre bellissime paure, per poi trionfare nella risoluzione. “Contare per una rivoluzione”, conoscere le proprie paure,  trovare qualcuno a cui raccontarle per capirle, e poi cambiare, la più grande manifestazione d’amore per se stessi e per gli altri.

Ancora una volta, provo una grandissima gratitudine per un autore, per aver saputo parlare dell’animo  umano con onestà e cuore, senza paura.

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