“The We and the I”, la genialità e la profondità di Michel Gondry

Penso che Michel Gondry sia un artista felice per il fatto di aver trovato un modo di tradurre fedelmente sullo schermo la sua visione del mondo con tutte quelle immaginate mosse da regia secondo le quali ognuno di noi si costruisce il proprio fantastico, irripetibile modo di cercare di pensare la realtà; e soprattutto, lo rende condivisibile e interessante. L’originalità con la quale riesce a trovare delle soluzioni visive tanto inedite e accattivanti non possono che rispondere all’urgenza di dare corpo a un mondo interiore complesso e in continuo fermento che chiede un modo efficace per spalmarsi su uno schermo. E Gondry lo trova.

Il Festival del cinema di autore di Barcellona ha ospitato il suo penultimo lavoro, presentato al Festival di Cannes 2012 e poco distrubuito, “The We and the I”, che racconta il ritorno a casa in bus di un chiassoso gruppo di ragazzi del Bronx. E’ stato come stare sulle montagne russe: l’azione si muove ininterrottamente dalle ultime file del bus fino alla conducente – una corpulenta e loquace donnona che non esita ad approfittare di una sosta forzata per farsi recapitare un pezzo di pizza – e poi di nuovo indietro passando per le file centrali, il tutto seguendo le conversazioni incrociate dei viaggiatori in un clima euforico e di incontenibile vitalità per l’ultimo giorno di scuola.

Si ride di cuore per la battute e le trovate sì adolescenziali ma di irresistibile ilarità; si ride per la immatura cattiveria di cui sono vittime le ragazze un po’ più tondette o i ragazzi un po’ più suonati – i loosers, insomma; ci si sganascia per la comparsa macchiettistica e virtuale di un compagno di scuola la cui esilarante scivolata catturata da un cellulare rimbalza continuamente per tutta la lunghezza del bus su tutti i cellulari dei suoi compagni di classe. Lo sventurato ragazzo è l’unico non presente sul mezzo e introduce con forza il motivo dei social network e sui nuovi mezzi di comunicazione, sapientemente introdotto dal regista. Questi ragazzini – come tutti i ragazzini di tutte le epoche e in ogni dove – manifestano un impellente bisogno di esprimersi, impellenza quanto mai attualmente coccolata dai nuovi media, alla portata di tutti e tramite cui tutti vogliono apparire, anche se poi alla fine dei conti ciò che più si cerca e di cui si sente la mancanza è il contatto umano; e in effetti i protagonisti del film lo cercano continuamente, attraverso una sessualità attiva ma immatura, attraverso un bacio, un complimento e finanche attraverso giochi di mani più o meno innocui. Tutti armeggiano costantemente con un cellulare, simbolo dell’affermazione della propria esistenza tradotta in sovraesposizione mediatica che però serba un amaro prezzo a pagare nell’anonimato e nell’isolamento

Oltre la comicità, il regista incanta visivamente perché si è ingegnato a sovrapporre vari livelli di azione o ipotesi di situazioni nella stessa sequenza, come quando un gruppo di ragazzi parla e alle loro spalle si materializza la situazione da loro evocata come su una lavagna magica, stratagemma che davvero cattura lo spettatore comunicandogli l’illusione di essere anche lui partecipe degli eventi.

Oltre l’inventiva eccezionale, Gondry si allinea con altrettanta maestria sui classici con il tema sempreverde dell’individuo e del gruppo (come suggerisce il titolo), la coesistenza di sovrabbondanza di mezzi di comunicazione e scarsezza di comunicazione, e nell’aver scelto un asse temporale  lineare di un pomeriggio nonostante i flash back e le ipotesi di realtà di cui si parlava più sopra

 Infatti, il titolo stesso suggerisce un dualismo che poco a poco si scopre imperare nel film. C’è un gruppo sociale abbastanza compatto, “The We”, dove le singole individualità immature e alla fine dei conti lasciate a se stesse e alla loro immaturità trovano conforto proprio nella coesione. Poi però, man mano che il bus si svuota, torna a prevalere “The I”, l’individuo solo, appunto, l’adolescente spaesato senza punti di riferimento, con l’insicurezza da nascondere a ogni costo in gruppo e che nella solitudine torna a farsi sentire senza distrazioni.

 Il gruppo si sgretola e all’euforia dell’ultimo giorno di scuola si sostituisce una sorta di angoscia per l’estate che di fatto non farà ricompattare il gruppo e li sorprenderà terribilmente vulnerabili, senza questo scudo.

 L’asse temporale è interrotto da vari flash back e ipotesi di realtà, come si diceva sopra, tuttavia si segue senza sofisticazione lo scorrere del tempo naturale, e secondo un delicato degradare: dal suono della campanella fino all’uscita degli ultimi passeggeri si segue il tempo naturale secondo la luce che sfuma nel buio dopo il tramonto, che segna anche una maggiore intimità, un approdo al cuore del tema, quando anche “solo” due unità possono rivelarsi per quello che sono e piantare, finalmente, un’autentica comunicazione.

Lo spaesamento dopo l’iniziale spavalderia  è segnato anche da un dialogo apparentemente rassicurante tra due ragazzini. Quando uno dei ragazzini più chiassosi, il tipico bullo rumoroso, si approccia al ragazzo silenzioso e low profile, i due iniziano a parlarsi e di fatto a confidarsi. Quando sembra essersi instaurata una certa intimità, il ragazzo silenzioso chiude bruscamente la conversazione lasciando l’altro senza terra sotto i piedi. Nessun buonismo, nessun contatto, nessuna comprensione o avvicinamento. Allora si deve cambiare ancora una volta posto, cercare ancora una volta compagnia, da un’altra parte. E’ un film segnato da un movimento perpetuo e ad imbuto, dal gruppo al singolo, dal chiasso al silenzio, dalla luce al buio e finanche dalla vita alla morte: dopo aver agganciato l’attenzione con un clima da burle infantili nobilitate da una regia a dir poco meravigliosa, Gondry punta l’obiettivo sulla solitudine dei tempi moderni, soprattutto dei ragazzini, che hanno innumerevoli mezzi per comunicare ma che sembrano incapaci di farlo o che rimangono comunque non ascoltati, in questo Mad world.

Musica – di sottofondo e non – eccezionale, a celebrare quel primitivo amore a partire dal quale il regista francese ha mosso i primi passi e che poi lo ha reso ricercatissimo per la realizzazione dei videoclip di artisti del calibro di Bjork, Chemical Brothers, Massive Attack, Foo Fighters.