At the Dandora dump – segni di speranza

Sono stati appena proclamati i vincitori dell’edizione 2013 World Press Photo, esuberante campione della produzione fotogiornalistica moderna, che offre una galleria di immagini degna di una seria sindrome di Stendhal.

Ho visionato una prima volta la galleria delle immagini della competizione. Avessi dovuto assegnare i premi, avrei scelto di non scegliere: tra le eccellenze, è arduo decidersi.

Eppure, a un certo punto mi è stato chiaro il sentimento di preoccupazione. Ad esclusione delle foto a soggetto sportivo o sugli animali, il regno umano sembra non potersi far fotografare se non in momenti terribili, che colpiscono per la forza del significato e la grandiosità dell’immagine. Molto, moltissimo, esprime sofferenza come è ovvio per una iniziativa come questa mossa dal racconto impegnato dell’attualità, di certo non rilassata, per lo più. Siamo una specie attanagliata.

 I fotografi – come tutti gli artisti – colgono lo stato del mondo confermando  il canone estetico per cui la sofferenza ispira più della gioia (come il luogo comune secondo cui il capolavoro di Dante sia l’Inferno, non le luci del  suo Paradiso).

 La foto vincitrice ritrae la disperazione di un padre che ha perso i due figlioletti, cadaveri tra le sue braccia, attorniato da una folla rabbiosa. Dolore e rabbia più che giustificate. E’ la versione maschile della foto vincitrice della scorsa edizione, la “pietà” del catalano Aranda che ha catturato un ragazzo ferito, pallidissimo, sorretto dal tenero abbraccio della madre in burqa.

La galleria della World Press photo è una meravigliosa testimonianza dello spirito dei tempi, orientati verso una palese preoccupazione.

Di certo, non abbiamo bisogno di negare quale sia lo stato del mondo, o di rifiutare di vederlo. Ma da quando – e per fortuna – la realtà è così tanto sotto i nostri occhi, da quando il giornalista pone penna, macchina fotografica e sé stesso in prima linea, trasmettendoci quasi in diretta gli eventi, quale reale effetto ha su di noi la sovrabbondanza di immagini? Gli Stilnovisti avevano ragione a dire che l’iter di una fulminazione passa per gli occhi al cuore…

Le foto sono splendide, le foto sono vere. Queste, come quelle di tantissime testate, come le tante sul web. Esprimono dolore, lotta, ingiustizia, indicano la parte che manca.

Cosa abbiamo perso? E soprattutto, cosa dobbiamo recuperare?

Speranza.

At the Dandora dump, Micah Albert http://www.micahalbert.com

Ecco perché la mia foto preferita di questa edizione è “At the Dandora dump”, dello statunitense Micah Albert.

E non è perché non veda – o non voglia vedere –  il dolore più violento di alcune altre, non perché non voglia riflettere. E’ solo che, mentre mi fa soffrire l’idea che un essere umano possa passare la maggior parte del suo giorno tra i rifiuti, mi fa respirare l’idea che questa donna si sia adagiata un attimo a leggere. Questa donna ha voluto sospendere un attimo la sua lotta quotidiana per cercare nel suo mondo di rifiuti qualcosa che le desse speranza, come quando le poesie venivano lette nei campi di concentramento.  Una distrazione. Un momento di ricerca di qualcosa di diverso rispetto alla sua realtà, qualcosa di possibile, e di bello. Nell’ ‘800, graziose signorine venivano ritratte nel lezioso atto di leggere. Quanto è nobile e dignitosa la nostra moderna lettrice tra i rifuti. C’è un mondo, nella parte brutta del mondo, che cerca l’alternativa. E nella parte bella, che sa e che vede, ci si riesce ancora a sedersi e contemplare,  aldilà della sazietà del brutto che spaventa?

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