The Last Lions

“The Last Lions” è un film perfetto. La regia è accattivante e la sceneggiatura è magistrale; le musiche sono ben curate e animano sapientemente il ritmo dell’azione; la fotografia restituisce fedelmente una scenografia mozzafiato; gli attori sono eccellenti e la storia è magica, nella sua drammaticità.

“The Last Lions” non è però un film in senso tradizionale: è un documentario girato da Derech e Beverly Joubert per la National Geographic  Society, incentrato sull’incredibile storia vera di una leonessa che, completamente sola e isolata, si ritrova a lottare per la sua sopravvivenza e per quella dei suoi tre cuccioli.

Il piccolo branco, ormai composto dai due soli leoni adulti e dai loro tre cuccioli, è minacciato da un altro branco di leoni costretto a migrare e a sconfinare nel loro territorio pressati dall’avanzare degli insediamenti umani. Il maschio soccombe nella lotta per la difesa del territorio, e la femmina decide di spostarsi con i cuccioli nella vicina Duba Island. Si alterano così gli equilibri tra branco e branco e tra specie e specie: la leonessa, Ma di Tau (Madre di leoni), resa ancora più vulnerabile dal suo prezioso seguito, i tre piccoli sopravvissuti, unica eredità del suo compagno e di tutto il suo antico branco, inzia un’incessante guerra – fisica o psicologica, di azione o di strategia – contro i maschi dell’altro clan che la insidiano e la cui nuova leardship verrebbe sancita solo con l’uccisione dei cuccioli, contro le altre leonesse ma anche contro i coccodrilli, i bufali e la fame.

Si svela quanta determinazione, in una madre, possa ispirare la lotta per la vita, chiamata con fermezza a proteggere la sua discendenza, pur con la probabilità quasi nulla di uscirne vincitrice, sul doppio binario, potremmo dire pubblico e privato, di doversi affermare come parte di un gruppo e come madre.

Le inquadrature sono di una bellezza sconvolgente ed è davvero stupefacente come possa essersi svolta sotto l’occhio di una telecamera, in piena natura selvaggia, una storia così ben orchestrata, con il suo inizio, il precipitare di una situazione, i colpi di scena e la risoluzione finale, in modo che  il tutto si lascia seguire con un interesse e una partecipazione che non calano neanche per un fotogramma. Incredibile la sapienza nel rendere alla perfezione le dinamiche e la lotta per la vita, attraverso il racconto umanizzato solo attraverso un perfetto montaggio e dalla voce narrante, prestata da Jeremy Irons, e costantemente bilanciato della realtà, anche feroce, delle bellissime immagini. Una storia animata da sentimenti violenti, di disperazione ma anche di riscatto, che svela come le dinamiche naturali rispondano al calcolo, all’intelligenza, all’azione e a un sentimento caricato di istinto allo stato puro. Di come tutto questo abbia un alone di sacro.

Le scene più toccanti sono rese senza indugi lacrimevoli, molto è alluso, la lotta per la vita induce giustamente alla riflessione, mai al giudizio.  La Natura può essere letta come perpetua tensione verso la sopravvivenza della specie secondo un incessante e double-face gioco delle parti tra preda e cacciatore, nella dinamica attacco-protezione – secondo quelle leggi immutabili fondamentali per il funzionamento e l’esistenza dell’ecosistema tutto, di cui l’uomo stesso fa parte. Eppure, proprio l’uomo sembra essere la minaccia più grande.

Il documentario  si fa portavoce della denuncia, mirabilmente sottesa in modo tanto sottile quanto efficace, di come tutto questo – lotta per la sopravvivenza, perpetuazione della specie, equilibrio sottile tra vita e morte – sia messo così tragicamente in pericolo dalla specie umana, l’unica del regno animale che non tutela, e che anzi sta distruggendo, l’ambiente in cui vive. Il problema è che abbiamo l’enorme responsabilità di poter causare un danno irrimediabile ai danni di tutto l’ecosistema. In Africa, la popolazione dei leoni, icona animale del continente, si è ridotta in soli 50 anni da 450,000 unità ad appena 20,000. Si lancia un monito: che non è ancora troppo tardi ma che dobbiamo fare ogni sforzo possibile per evitare dei disastri così evidenti.

Mi piace ricordare questa frase di Gabriele Romagnoli: “[…] Quello che avremmo potuto essere e che non siamo stati: una specie privilegiata in un mondo meraviglioso”.

Sul sito del documentario sono fornite tutte le indicazioni necessarie per contribuire alle inziative a tutela degli animali.

P.S: Purtroppo il film non è stato distribuito in Italia, su youtube è possibile vederlo solo in parte. Si può acquistare tramite il sito della National Geographic, ma solo negli Stati Uniti).

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Last_Lions

http://movies.nationalgeographic.com/movies/last-lions/

 

Una proposta per una didattica dinamica – Musica e letteratura

Se io fossi una professoressa,

inviterei gli studenti a giocare col loro sapere, a istigare la loro creatività.

L’insegnamento della letteratura, regina delle materie umanistiche, potrebbe sfruttarne la natura più libera perché non rigidamente ossequiosa di un metodo che sia uno e uno solo. Insomma, il valore della letteratura sta nel fatto che è sperimentalmente creativa a priori, soprattutto perché l’esperienza della lettura è un fatto prima di tutto intimo ed individuale che si accorda sulle personali capacità di immaginazione.

Tuttavia, può essere interessante anche sul versante per così dire scientifico, dove con questo termine intendo quella serie di artifici retorici che costituiscono l’impalcatura di un testo poetico e sono passivi di un’analisi positiva. A volte un testo espone volutamente la propria artificiosità, altre la occulta sapientemente, con una sorta di patto tra scrittore e lettore, che si lascia guidare e accarezzare dal trucco.

Lo stupore nato dalla meraviglia di una lettura immediata  può essere accresciuto dalla scoperta dei segreti meccanismi che lo animano.

Però, immaginatevi di dover educare a tutto questi dei ragazzini.

La letteratura è molto più vicina a loro di quello che pensano. Non ha senso insegnare loro nozioni che immaginano esistere solo sui libri; quanto più è coinvolgente, quanto più efficace ai fini della memoria dischiudere loro un mondo che accoglie aldilà dei libri queste nozioni, avvicinarle a realtà che a loro sembrano molto più familiari.

L’interesse, come è noto, è un ottimo veicolo per l’apprendimento. Tanto più se a questo si aggiunge uno stimolo alla partecipazione.

Sarebbe bello far applicare alla realtà che loro conoscono meglio alcuni esperimenti di letterarietà. Per esempio, proporre di smascherare nella loro musica preferita gli artifici. Non c’è canzone che non ne abbia. Anche la più banale, costruita su uno schema di rime elementare, è uno strumento per spiegare loro, appunto, i principali schemi di rime.

Si potrebbe poi azzardare un passo più là, ovvero una sorta di crossing di materie, per esempio, letteratura + arte.

L’ho sperimentato su di me. Nelle parole della canzone “Acqua” di Niccolò Fabi non solo ho trovato un perfetto esempio di climax ascendente (anche se ascendente o discendente è da decidersi in base al punto di vista, per me è ascendente), ma sono riuscita anche a renderlo su carta secondo la forma mentale in cui l’ho concepito ascoltando.

“Vino bevo vino e lo mando giù – vino bevo vino e lo mando giù/  così dimentico / ti dimentico/ mi dimentico”. Quello che ho visualizzato a livello mentale è il disegno che segue, che peraltro è stato realizzato secondo le mie ben modeste competenze in fatto di disegno.

Si, l’educazione all’ascolto è importante, così l’individuazione dell’arte letteraria non rimane mero esercizio, ma può diventare lievito per la creatività di questi ragazzi spesso iperstimolati ma spesso non sollecitati sul versante creatività.

acqua - fabi

“Vino bevo vino e lo mando giù – vino bevo vino e lo mando giù/  così dimentico / ti dimentico/ mi dimentico”

OFFESA

OFFESA

Sto per fare una cosa che solitamente non amo fare: parlare di una cosa intima.

Non sono una facile alle lacrime, eppure mi lascio piangere senza vergogna, quando sento di volerlo fare. Non sono una sentimentale, ma piango quando mi commuovo, quando soffro, quando sono colta da una grande emozione. Mi hanno sempre affascinato le lacrime, a cominciare dalla loro origine fisiologica. Una meraviglia. Una cosa intima, perché vengono dal di dentro. Una cosa fisica, potentissima e tangibile, che sgorga dagli occhi, dal nostro accesso sul mondo, l’acceso del mondo a noi.

Ieri ho letto il seguente articolo:

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_marzo_15/processo-ruby-aida-yespica-arcore-berlusconi-212196431997.shtml

Solitamente, quando leggo cose di questo tenore e argomento, mi arrabbio, mi offendo sotto molteplici aspetti.

Non questa volta, confesso che ieri non ho trattenuto le lacrime.

Mi sono dispiaciuta per tutti i giornalisti, in particolare per quelli giovani, per quelli che stanno crescendo e si stanno affermando e anche per quelli che vogliono diventarlo. Mi sono dispiaciuta per i giornalisti che lavorano nella medesima redazione della signorina. E’ una mia opinione, ma io al loro posto non mi sentirei a mio agio. Mi spiace per tutti i ragazzi che stanno facendo la gavetta – con ritenuta d’acconto del 20 % – per ottenere il tesserino da pubblicista.

Mi dispiace per me. Ho sempre creduto nella bontà dello studio e del lavoro, nell’impegno, nella rispettabilità. Sono abituata a guardare a questi punti fissi, con sguardo attento sul mondo, per darmi un senso. Ieri non ce l’ho fatta. Mi sono sentita IO fuori luogo, se certe vicende hanno sempre più diritto di cittadinanza, se vengono giustificate, perché ho la sensazione che quello in cui credo – e che è diverso da tutto questo –  corra il grosso pericolo di essere ridicolizzato nella società che “ognuno può fare quello che vuole”, compreso nulla – e venire ricompensati con grande offesa di molti (dico io, invece).

E’ vero, ognuno è libero di fare quello che vuole. Allora smettiamo di educare i bambini, cui si cerca di inculcare grandi aspirazioni. Ogni genitore desidera che il figlio sia un individuo libero di esprimersi e di farlo in grande, ma con onorabilità.

Quando si cessa di impartire virtù e si diventa placidi difensori – forse dunque più autenticamente – della relatività di tutte le cose? Perché veniamo imbevuti di aspirazioni celesti, irrobustite dal credo nella ragione e dalla purezza del cuore, e poi cadiamo così in basso?

Come si può continuare a difendere il senso del lavoro in generale e di certe professioni in particolare, come quella di giornalista, professore, assistente sociale, se non solo bisogna concretamente affrontare tante difficoltà, ma addirittura bisogna fronteggiare la minaccia della ridicolizzazione, vuoi perché è più ricompensata l’industria del nulla vuoi perché da quel nulla ogni tanto si reclama e si ottiene non tanto sulla base di competenze ma appellandosi a quel famoso “ognuno fa quello che vuole”? E tutto questo, tra i meandri della alte sfere politiche, dove affianco a titoli come “ex premier” “consigliere regionale” esistono parole come “corpetti e gonnellini” “modella russa” e “giovane marocchina”.

Alla luce, poi, dei tagli in Mediaset, http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/crisi-a-mediaset-tagli-per-400-milioni-piano-per-cessione-delle-sedi-regionali/296743/ , certe esternazioni hanno un sapore troppo amaro. O farsesco.

Ieri ho pianto non di rabbia, ma di dispiacere. Io mi sento offesa.

L’onore è una convenzione falsa e priva di consistenza, che spesso si ottiene senza merito e si perde senza colpa  (Otello, Shakespeare)

Offeso – F. Mannoia, N. Fabi

NO (film di Pablo Larraín) – L’uomo che convinse il Cile a dire NO a Pinochet

No, di Pablo Larraín e tratto da Il referendum di A. Skármeta (autore del libro da cui è stato tratto in Italia Il postino), è chileun bel film sulla campagna elettorale del 1988 in Cile, quando si andò alle urne per decidere se riconfermare o licenziare Pinochet. Il Paese era diviso in tre: i sostenitori del dittatore a favore del si, i detrattori a favore del no e la terra di mezzo degli indecisi, che in campagna elettorale sono la fetta di elettori che, ago della bilancia in una situazione di equilibrio, sono la parte più  corteggiata delle forze contendenti. Dopo una dittatura di quindici anni, il colpo degli orrori della dittatura attutito dalla calma dittatoriale, gli indecisi sembrano tentennare nei confronti dello status quo, non colpiti direttamente e dunque non abbastanza da reagire, ma neanche tanto indolenti da non curarsene. Come conquistare i decisivi voti?

Nei 27 giorni precedenti il referendum, il giovane René Saavedra (Gael Garcia Bernal) viene incaricato di condurre la campagna a favore del NO, data per persa a priori. Il giovane creativo irrompe con una campagna elettorale shockante poiché di fatto incentrata non sulle aberrazioni del regime, come auspicato da chi quegli orrori li aveva vissuti e dunque sentiva l’urgenza di mostrare al mondo i crimini subiti con immagini forti e violente, ma al contrario fa leva su un semplice e basilare principio di allegria, fatto di immagini positive che sfilano con una innocente, quasi irritante leggerezza, ispirato dalle moderne teorie pubblicitarie e della comunicazione. In lui, non trova spazio una reale riflessione politica, e pur sostenendo in realtà il NO, non gli interessa la lotta ideologica quanto l’efficacia del suo lavoro di pubblicitario, permettendosi addirittura di bocciare le soluzioni molto più serie del suo gruppo di lavoro e dei vertici del comitato del NO e insistendo invece su uno degli archetipi della psiche umana, la felicità allo stato più immediato. Il film pare essere la risposta sudamericana all’hollywoodiano “Le Idi di Marzo”, con due differenze fondamentali: la prima, che sebbene il protagonista non sia troppo coinvolto nella riflessione politica, il drammatico momento storico è continuamente evocato da tutti gli altri protagonisti e dallo sfondo, per cui NO racconta, di fatto, di governabilità, di idee politiche che sottendono con forte presa alla campagna pubblicitaria-elettorale, in un clima politico ancora molto legato alla cosa pubblica tout court, all’ideale; ne le Idi di marzo, dietro l’avvincente strategia messa in atto dal giovane e ambizioso esperto di comunicazione, la cornice politica è ormai naufragata sulle meno degne sponde degli scandali sessuali e delle torbide dinamiche di potere cui ad oggi siamo abituati.

Seconda differenza, la regia realistica, vintage, di NO, realizzata sfruttando la semplice tecnologia  degli anni ’80, secondo un’istanza di verosimiglianza effettivamente ben ottenuta.

Il protagonista, Gael Garcia Bernal, lanciatissimo attore messicano, ribadisce il suo compromesso con il contesto da cui gaelproviene. Penso si possa ormai definire consacrato al cinema Latino-americano seppur la sua carriera ne abbia oltrepassato felicemente i confini. E’ un’ icona squisitamente latina ma al tempo stesso ha conseguito una prospettiva internazionale che lo rende un attore versatile. Il suo ruolo in NO è molto credibile, costruito sul conflitto tra la convinzione della propria missione – far vincere la democrazia – e la consapevolezza di doverla di fatto vendere come un prodotto, ben sapendo che l’operazione si innesta su una storia tragica, dove la leggerezza viene vista quasi come un insulto.

Mi è tornata in mente They dance alone di Sting. La canzone ha un corpo molto lento, dolce, con un testo commoventissimo in cui si parla del dolore delle donne – madri, spose  figlie dei desaparecidos e dei migliaia di morti torturati o giustiziati, senza risparmiare una dura condanna per Pinochet e per i suoi sostenitori.

In chiusura però il ritmo cambia bruscamente, la canzone si spoglia del tono serio e termina in un tripudio da festa.

Forse questa canzone svela anche un po’ il senso del film, canta la speranza del riscatto della Storia, celebra la vitalità perché il tempo passa e trasforma anche il dolore, magari con una spinta creativa verso un futuro che non vuole dimenticare per continuare a vivere ma che vuole ricrearsi nella gioia, continuare a costruire una coscienza sugli eventi, seppur ballando e ridendo, col senno di poi.

 “one day we’ll laugh in our joy”

Una festa di donna: Ilda Boccassini

IldaB

Da wikipedia

Ricorderò questo 8 marzo, perché casualmente anche e proprio oggi una donna ribadisce con ardore e tenacia la dedizione al suo lavoro, prontissima risponde, contrattacca.

Non è perché la controparte è il solito noto.

E’ un pensiero di ammirazione per una donna che non si lascia abbattere, faro in questi anni tempestosi – vicina, negli anni passati, ai grandi esempi di cui gli italiani devono andare fieri e del cui sacrificio bisogna avere sacra memoria, non tra gli incensi del mito ma con in mano le pagine della storia, della nostra storia. Vicina col suo duro, durissimo lavoro, prima di tutto.

Lei, espressione perennemente dura e attenta come chi sa che non può concedere niente, lei sa, come vanno le cose: furente, richiama al processo l’imputato che impugna dei certificati medici, non ritenendoli un impedimento.

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_marzo_8/berlusconi-processo-ruby-impedimento-21283670436.shtml

Determinata, come quando ha mosso mari e monti per cercare la testimone chiave di questo processo, che non si era presentata all’udienza, irreperibile dai suoi stessi avvocati difensori.

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/ruby_non_si_presenta_in_aula_al_processo_boccassini_berlusconi_vuole_dilatare_i_tempi_per_arrivare_alle_elezioni/notizie/237080.shtml

Combattiva, verrà risarcita per essere stata ingiustamente accusata di portare avanti una lotta particolare piuttosto che una missione civile.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/03/05/news/cassazione_risarcire_i_magistrati_accusati_di_perseguitare_berlusconi-53917935/

Ha dichiarato guerra al lassismo, armata di una rabbia che si è incuneata nei meandri del diritto per cercare la risposta a questi incidenti di percorso, il tempo è oro e abbiamo visto fin troppi processi sfumare per il tempo che si è lasciato fuggire.

Tuonando contro i ritardi, che sono la vergogna del meccanismo della giustizia del Nostro Paese, per cercare di tutelare un sistema che sia messo nelle condizioni di funzionare.

Io ho fede in lei. Io credo in lei, come esempio di genuina vocazione al proprio compito, alla giustizia. Voglio difendere l’Istituzione e mi irritano gli attacchi alla Magistratura in quanto Istituzione. Sicuramente il male si insinua anche in essa, ma io condanno il giudice, non la Giustizia; il magistrato, non la Magistratura – tenendo a mente un tale Socrate che secoli fa ha preferito la cicuta alla fuga da una condanna peraltro ingiusta, solo per lealtà nei confronti delle Istituzioni della Polis.

Com’è profondo il mare

Un anno fa moriva Lucio Dalla. Oggi, 04.03.2013, avrebbe compiuto 70 anni.Dalla

Non so se giudicarli pochi o molti, perché sono stati pieni; per me che lo ascolto da quando sono piccola, Dalla è circondato dal sentimento senza tempo della venerazione artistica. E umana.

Penso che in generale sia un rischio conoscere i propri miti troppo da vicino perchè la scoperta dell’uomo dietro l’artista a volte può essere deludente, mentre è il daimon artistico che lo eleva al di sopra degli altri e lo rende divino. Però, avrei voluto conoscere Dalla personalmente. Stare seduta a un tavolo a mangiare un buon piatto e a bere un buon vino, come si fa con un amico di sempre, e chiedergli come gli sono venute in mente certe canzoni. “Le rondini”, una su tutte.

L’Italia deve ripensare alla sua tradizione. Non solo a quella con la t maiuscola, ma anche a quella più familiare, quella che entrava in casa dai “fili di una radio”, dei cantautori che veicolavano un pensiero nella loro musica senza essere pesanti o pedanti. A quando la musica accettava di cantare storie di attualità, di diversità, di tempi che cambiano – ma non per moda ne’ per cucire addosso all’autore un posticcio ruolo di intellettuale. Cosa che poi, se fatta in questo spirito genuino, rende una canzone senza tempo.

“Com’è profondo il mare” parla senza imbarazzo degli orrori della storia e dello smarrimento degli anni in cui è stata scritta. Eppure, noi oggi la capiamo perfettamente, è anche la nostra colonna sonora.

 

E’ inutile
Non c’è più lavoro
Non c’è più decoro
Dio o chi per lui
Sta cercando di dividerci
Di farci del male
Di farci annegare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Non è forse attuale, la guerra tra disperati senza lavoro che si consuma sotto i nostri occhi? Senza lavoro non c’è più decoro, come non ce n’è in una politica allo sbando che vuole il potere senza la responsabilità che comporta.

Questo tempo di crisi e di grandi preoccupazioni, non ci mette gli uni contro gli altri, secondo di un progetto pensato chissà dove, tra le altre sfere invisibili?

 

 

E’ chiaro
Che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa
E’ muto come un pesce
Anzi un pesce
E come pesce è difficile da bloccare
Perchè lo protegge il mare
Com’è profondo il mare
Certo
Chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare


Un puro inno d’amore verso la libertà di pensiero, verso la dignità dell’uomo che pensa. Che per il potere rappresenta un pericolo, motivo per cui in ogni epoca si ripetono i tentavi, dai più rozzi ai più sofisticati, di ridurre in ignoranza e quindi in schiavitù gli individui, cercando di asfissiarne la capacità e la libertà di pensiero. Ma noi non siamo nati a viver come bruti, si può tentare – anche con buoni risultati – di intontire le persone, ma non si può snaturare l’indole umana fino al punto di bloccarne totalmente la sete di conoscenza e di libertà. Quale migliore metafora dell’oceano. Nel mondo moderno, se pensiamo che il verbo atto a indicare la ricerca via web e il suo utilizzo sia “navigare” è lampante l’associazione internet-libertà. A cui dobbiamo essere sicuramente educati, ma questo nuovo fuoco di Prometeo non va sottratto a priori, al contrario va tutelato.

 

Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare

 


In questi versi di chiusura la mia mente non riesce immediatamente a cogliere la metafora, e si ferma all’immagine. Immagino il nostro pianeta sferzato dall’inquinamento. Ai mari sporchi, a navi che perdono il loro carico di petrolio, ai gabbiani con lo stomaco pieno di plastica. Ed è anche questo, perché anche questo è sopruso.

Poi rifletto sul passaggio metaforico e la mia attività razionale tuttavia si lascia ipnotizzare dal ritornello insistente sul mare e dalla musica quasi misterica.

 

Lucio Dalla era anche questo, un autore impegnato senza che la nozione di impegno rimandi a qualcosa di ammorbante – cose che comunque non dovrebbe essere. Ma è una parola che fa paura, come se si avesse paura di non esserne neanche all’altezza.

Oltre a cantautore impegnato, Lucio Dalla è stato anche e forse soprattutto un grandissimo sognatore, riunendo dentro di sé, con naturalezza e senza aver bisogno di un cambio scenografico di maschera, l’attento scrutatore del mondo e il grande sognatore. La riflessione acuta e mai violenta ha convissuto in lui col sogno, con la poesia, passando anche per il racconto della diversità, della marginalità, del dolore. Si dovesse fare una classifica delle parole più utilizzare dal Nostro, sono sicura  che le sue preferite sarebbero stella, amore, mare. Sapeva impastare nella sua musica le parole più semplici del nostro vocabolario, dando vita a canzoni che sono orgogliosa facciano parte della nostra tradizione nazionale.

E poi c’è l’innovatore, lo scopritore di talenti (Bersani), l’istrione che con la musica si è divertito fino all’ultimo e cha ha fatto divertire, colleghi (come Moranti) e pubblico. Lo sperimentatore, insomma, il curioso instancabile, senza stonare mai.

E’ stato un grande sperimentatore, ad esempio, con “Canzone”, affidando alla musica un messaggio e di fatto personificandola,  proprio come avevano fatto con le loro poesie i poeti stilnovisti.  Geniale, che dietro questo escamotage squisitamente letterario, il meraviglioso video sia stato girato tra i vicoli di Napoli, mentre lui appare cantando da un piccolo schermo portatile impugnato di volta in volta da gente umile. Insomma, un sensibile Giano bifronte che da un lato guarda il passato e dall’altro,  lo adatta felicemente al futuro. Come ha fatto con Caruso, attingendo da una (non tanto) vecchia storia tutta italiana di immigrazione, e andandola a cantare nel cuore del teatro di questa storia, a New York.

Curioso, sensibile: interessato e appasionato allo sport, ma ponendo l’accento sulla vicenda umana, pensa a sé come Senna, e fa sua la commovente canzone Ayrton di Paolo Montevecchi:

E come uomo io ci ho messo degli anni
a capire che la colpa era anche mia
a capire che ero stato un poco anch’io
e ho capito che era tutto finto
ho capito che un vincitore vale quanto un vinto
ho capito che la gente amava me
potevo fare qualcosa
dovevo cambiare qualche cosa

Sempre poetico, scevro da ogni banale ossequio da mero fan, ‘Ayrton’ isola l’uomo Senna dal fenomeno Senna, offrendo cioè una dimensione genuina scissa dal ruolo mediatico dei miti moderni, cogliendone così la solitaria fragilità e profondità.

Lo stordimento per questo mondo che indubbiamente deve sembrare cattivo (per parafrasare) ci coglierebbe meno impreparati, forse, se facessimo un po’ di ri-educazione all’ascolto.

Dalla ha fatto della musica consolazione, divertimento, sogno e riflessione.

 

Non sapevo cosa scrivere in apertura di questo articolo: “un anno fa si è spento” o “un anno fa è scomparso” non mi sembrano espressioni appropriate. Dalla, come tutti i grandi, non è scomparso. Men che meno si è spento. Anzi, per usare un’immagine forse un po’ patetica ma che forse a lui sarebbe piaciuta, Lucio Dalla si è finalmente acceso in cielo sotto forma di stella mentre tra noi la sua canzone continuerà a camminare cantando.

At the Dandora dump – segni di speranza

Sono stati appena proclamati i vincitori dell’edizione 2013 World Press Photo, esuberante campione della produzione fotogiornalistica moderna, che offre una galleria di immagini degna di una seria sindrome di Stendhal.

Ho visionato una prima volta la galleria delle immagini della competizione. Avessi dovuto assegnare i premi, avrei scelto di non scegliere: tra le eccellenze, è arduo decidersi.

Eppure, a un certo punto mi è stato chiaro il sentimento di preoccupazione. Ad esclusione delle foto a soggetto sportivo o sugli animali, il regno umano sembra non potersi far fotografare se non in momenti terribili, che colpiscono per la forza del significato e la grandiosità dell’immagine. Molto, moltissimo, esprime sofferenza come è ovvio per una iniziativa come questa mossa dal racconto impegnato dell’attualità, di certo non rilassata, per lo più. Siamo una specie attanagliata.

 I fotografi – come tutti gli artisti – colgono lo stato del mondo confermando  il canone estetico per cui la sofferenza ispira più della gioia (come il luogo comune secondo cui il capolavoro di Dante sia l’Inferno, non le luci del  suo Paradiso).

 La foto vincitrice ritrae la disperazione di un padre che ha perso i due figlioletti, cadaveri tra le sue braccia, attorniato da una folla rabbiosa. Dolore e rabbia più che giustificate. E’ la versione maschile della foto vincitrice della scorsa edizione, la “pietà” del catalano Aranda che ha catturato un ragazzo ferito, pallidissimo, sorretto dal tenero abbraccio della madre in burqa.

La galleria della World Press photo è una meravigliosa testimonianza dello spirito dei tempi, orientati verso una palese preoccupazione.

Di certo, non abbiamo bisogno di negare quale sia lo stato del mondo, o di rifiutare di vederlo. Ma da quando – e per fortuna – la realtà è così tanto sotto i nostri occhi, da quando il giornalista pone penna, macchina fotografica e sé stesso in prima linea, trasmettendoci quasi in diretta gli eventi, quale reale effetto ha su di noi la sovrabbondanza di immagini? Gli Stilnovisti avevano ragione a dire che l’iter di una fulminazione passa per gli occhi al cuore…

Le foto sono splendide, le foto sono vere. Queste, come quelle di tantissime testate, come le tante sul web. Esprimono dolore, lotta, ingiustizia, indicano la parte che manca.

Cosa abbiamo perso? E soprattutto, cosa dobbiamo recuperare?

Speranza.

At the Dandora dump, Micah Albert http://www.micahalbert.com

Ecco perché la mia foto preferita di questa edizione è “At the Dandora dump”, dello statunitense Micah Albert.

E non è perché non veda – o non voglia vedere –  il dolore più violento di alcune altre, non perché non voglia riflettere. E’ solo che, mentre mi fa soffrire l’idea che un essere umano possa passare la maggior parte del suo giorno tra i rifiuti, mi fa respirare l’idea che questa donna si sia adagiata un attimo a leggere. Questa donna ha voluto sospendere un attimo la sua lotta quotidiana per cercare nel suo mondo di rifiuti qualcosa che le desse speranza, come quando le poesie venivano lette nei campi di concentramento.  Una distrazione. Un momento di ricerca di qualcosa di diverso rispetto alla sua realtà, qualcosa di possibile, e di bello. Nell’ ‘800, graziose signorine venivano ritratte nel lezioso atto di leggere. Quanto è nobile e dignitosa la nostra moderna lettrice tra i rifuti. C’è un mondo, nella parte brutta del mondo, che cerca l’alternativa. E nella parte bella, che sa e che vede, ci si riesce ancora a sedersi e contemplare,  aldilà della sazietà del brutto che spaventa?