A Michele, senza caos

A Michele
Senza caos
Non è vero
che non ce la si fa
che bisogna piegarsi sempre
spegnersi, eventualmente
Non è vero
che non ce la si fa
a vivere dei propri sogni
e germinar progetti degni
Non è vero
che non ce la si fa
passare acque tempestose
essere paghi delle proprie cose
Non è vero
che non ce la si fa
ma tutte queste persone
non sono io

 

Dedicato a Michele, che nella sua ultima lettera si è descritto splendidamente. ‘Senza caos’ è un riferimento alle sue parole.

Ina

Su ‘Lilo e Stitch’

Ho visto ‘Lilo e Stitch’, qualche considerazione.

La  bambina compie atti di bullismo ed è interessante come viene rappresentato il fenomeno e le sue motivazioni: ha una famiglia particolare (composta solo dalla sorella in seguito alla morte di entrambi i genitori, sorella che spesso la lascia sola per lavorare o cercare lavoro, cui, a un certo punto, dice: ‘ti preferisco quando fai la sorella, non la madre’), è più povera rispetto alle altre bambine (le altre hanno una bambola, lei sei costruisce un pupazzo stile Tim Burton :D) si sente abbandonata, diventa aggressiva perché non si sente accettata, ma proprio per questo viene sempre più allontanata dalle sue compagne. Poi adotta Stitch, che diventa una sorta di sua proiezione. Dopo varie peripezie, Stitch sente il bisogno di integrarsi nella nuova famiglia e, pur programmato per distruggere, impara a controllarsi. La conformazione della famigliola, quindi, si riassetta e la cosa carina è non solo che arriva a includere elementi alieni (in effetti, lo stesso Stitch viene da un altro pianeta), ma Stitch assume ruoli di cura: cucina, prepara il pranzo a Lilo e sorella e via dicendo. Si può identificare come maschio (ha il guantino da cucina azzurro, per esempio) ma, senza che entrino in ballo dinamiche compensatorie del ruolo genitoriale, diventa perfettamente capace di prendersi cura della famiglia in un nucleo allargato, estremamente eterogeneo dove tutt* si aiutano.

Qui, una scena del cartone animato, qui il trailer in italiano 🙂

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Messi e Moulin Rouge

La prima volta che ho tentato di entrare in questo cinema, era per vedere la maratona Gremlins+Goonies, era settembre, faceva ancora caldo e pensavo che, mentre tutto il mondo doveva trovarsi alla Barceloneta, io ero l’unica nostaligica in città a volersi chiudere in un cinema. Sono arrivata lì mezz’ora prima e una fila chilometrica si attorcigliava attorno a tutto il quartiere come un boa di piume di struzzo.

Questa volta, quindi, mi sono mossa con largo anticipo. Troppo largo. Per ingannare l’attesa, ho cominciato a percorrere come pacman le strade circostanti dei palazzi agglomerati, ordinatamente, in quadratoni. Vai su, vai giù, trovi due ragazze col cane, ne trovi diversi altri di cani – ho beccato l’ora di punta di canepasseggiata – sbircio nei locali, mi accorgo che c’è la partita, giro un angolo e ritrovo le due ragazze col cane, mi decido quindi a entrare in qualche posto.

Mi ammicca l’idea di entrare in una superbettola, è da tempo che pregusto la scena: io che entro a disturbare arcani equilibri di avventori abituali, che prendo il menù bisunto e ordino come tutti gli altri, poi faccio la simpaticona e chiedo di pagare con la mia carta che millanta ricchezze che non ci sono…ma oggi non me la sono sentita di farlo da sola, non era il giorno.

We can be heroes just for one day

 Scelto il posto, di tenore medio ma abbastanza frequentato, entro e mi siedo in modo da avere la televisione con Real Sociedad – Barcelona propria di fronte a me. Le pareti che danno verso l’esterno sono a vetro, sedendomi non mi ero accorta della copia di mezza età da cui ero separata solo da un sottile cristallo, mi sembra di aver invaso la loro intimità, ma ormai è fatta.

Il cameriere mi saluta. Mi apostrofa, ‘hola, guapa’ (‘ciao bella’). Mi porge il menù sempre condendo con ‘guapa’ ma quando viene a ritirare l’ordine mi promuove addirittura a ‘guapísima’. Lo trovo un po’ ingiustificato, se non altro, per una prospettiva personale per cui mi sono sentita molto più bella, guapísima, appunto, in periodi in cui ero più in pace col mondo; comunque, ordino una birra, una tortilla e la partita mi prende.

How wonderful life is while you’re in the world

 Un po’ perché le due squadre si tengono assolutamente testa. Bisogna però dire che la squadra basca è abbastanza scorretta e vedere Suarez col volto sofferente – vero o simulato che sia – non lascia indifferenti. Messi si è trovato davanti un arbitro stile Moreno. Protesta per un fallo non visto e l’arbitro ammonisce lui, il serafico Messi.

Ma soprattutto, ci sono stati dei cambiamenti. O delle restaurazioni. La fotografia generale è buona. Pare che non solo Neimar Jr abbia cessato la sua influenza nefasta su look della squadra, ma si presenta anche maturo. Bello, senza quei cozzalissimi tagli da topino.

Messi è tornato in sé, lasciandosi alle spalle un biondo platino discutibilissimo su di lui. Iniesta sta bene. I ragazzi stanno bene. Mi spiace, ma a metà partita sono dovuta correre via per il cinema, non prima di aver agganciato con la tracolla penzolante della mia borsa tutti e tre i sedili al bancone e liberandomene prontamente con un gesto da circo.

Why live life from dream to dream and dred the day

Dunque, la fila è colorata: teste bianche, rosa, rasate. Entro in sala, eccitatissima. Mi accoglie ‘Like a virgin’ interpretata da Mr. Zidler. Individuo il mio posto, in alto al centro. Il film è uno spettacolo pirotecnico e me lo devo gustare tutto. A un posto da me, siede un ragazzo, non è l’unico ragazzo solo in sala. Dopo un po’ lo salutano da sotto e lo invitano ma lui dice di non voler lasciare la posizione migliore.

Una fila sotto, un ragazzo e un ragazzo si baciano teneramente.

Quando vai al cinema a vedere un film vecchio ma non troppo, ti domandi che stavi facendo quando è uscito o quando l’hai visto per la prima volta.

Moulin Rouge è del 2001, non l’ho visto allora e non ricordo il perché – forse per il sospetto che nutrivo per i musical – ma poi ho comprato il dvd e l’ho visto almeno due volte. L’esperienza al cinema è stata esattamente quello che credevo, un’esperienza imperdibile che avevo perso e che ho avuto l’occasione di riprendermi.

Se rinascessi, vorrei rinascere nella Parigi dell’inizio XX secolo, o in una delle feste di Luhrmann.

Non puntualizzo su quanto la vita potesse essere dura a Parigi a inizio del ‘900 (a meno che non fossi ricc*, ma poi è dal basso che si sono inventati la Bohème) e neanche voglio lanciarmi in una critica sui lavori di Luhrmann (che comunque, se devo confessare, amo molto).

Mi sento piacevolemente stordita e va bene così.

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La foto di Messi è presa da Lavanguardia, clicca qui; quella di Nicole trovata su internet; per conoscere questo splendido cinema, clicca qui

Osservare bene le città in cui viviamo o che visitiamo

Guardate bene questa immagine, e poi leggete.

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Oggi pomeriggio passeggiavo per Barcellona. A un certo punto, in una piazza da cui sono passata tante altre volte, sulla mia destra, mi si è presentato questa sorta di graffito; per la precisione, la mano del writer ha sfruttato un elemento architettonico preesistente per dar vita a quella che sembra una faccia triste con lacrima.
Mi trovavo esattamente tra il tondo maggiore centrale e quello minore, più ovale (in alto, a sinistra). L’ovale minore aveva una piccola fessurina orizzontale: ho immediatamente riconosciuto una sorta di salvadanaio, tecnicamente serve per inserire l’elemosina. Di qui a capire cosa fosse il tondo maggiore il passo è stato breve.
Si trattava, in passato, di una specie di ruota per bambin* espost*. L’ho capito immediatamente… Facendo due passi più avanti, si intravede il portale di una chiesa o di una struttura ecclesiastica. C’è ancora un’iscrizione residua, che recita: ‘Casa d’infants orfens’.
Oggi la struttura è un ufficio comunale, un punto d’attenzione alla cittadinanza come ce ne sono numerosissimi a Barcellona.
A ben guardare, nelle città, c’è tanta storia…

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Ada Colau, sindaca di Barcellona, ancora una volta prende posizione contro la violenza di genere

A Barcellona, una donna, una medica, Victoria Bertran, è stata uccisa da un uomo, suo marito.

Ada Colau tuona. Come sa fare lei: in maniera vigorosa e precisa, senza sbavature, senza odio di pancia, con mente attenta e partecipazione umana.

”…i primi titoli parlavano di ‘sua moglie’, e sempre in forma passiva, come complemento oggetto di frasi in cui il soggetto era lui, l’assassino”.

Chiama le cose con il loro nome nome, facendo una snella analisi linguistica non fine a se stessa, ma perché le parole non sono insignificanti, e tanto meno come si dispongono a costruire frasi. Che sono pensieri e visioni. Sa benissimo che con le parole si organizza il mondo, si proiettano valori e prese di posizione. E da prima cittadina interviene per schierarsi contro la violenza di genere, come cittadina e in nome della città che rappresenta.

Ecco perché il suo accorato appello parte da una rigorosa critica alle parole della stampa, ma solo per condannare fermamente, una volta in più, la violenza sulle donne.

Convoca domani una manifestazione in Plaza Sant Jaume, dove alle 12 verrà osservato un minuto di silenzio, in memoria della dottoressa Bertran.

Dalla sua pagina Facebook:

‘Un uomo ha ucciso una donna a Barcellona. Non dico ‘sua’ moglie anche se erano sposati, perché proprio il fatto di considerarla ‘sua’ è stato, in questo caso, l’ingiustificabile motivo di questo orribile crimine. L’uomo era conosciuto, un giornalista famoso. La donna era un medico di ambulatorio. I primi articoli di stampa si sono riempiti di dati sulla biografia di lui. Spiegavano la vita professionale, i suoi successi, le sue apparizioni pubbliche e opinioni politiche…Davano anche dettagli delle sue malattie, della sua operazione recente…

Di lei ieri non sapevamo neanche il nome, perché i primi titoli parlavano di ‘sua moglie’, e sempre in forma passiva, come complemento oggetto di frasi in cui il soggetto era lui, l’assassino. Che lui l’avesse uccisa sembrava secondario perché la notizia era che lui, una persona importante, era morto.

Domani in Plaza Sant Jaume abbiamo convocato un minuto di silenzio a mezzogiorno, per manifestare l’assoluto rifiuto di questa città verso gli omicidi di matrice maschilista. Spero che la piazza si riempia, e che quanti e quante di voi non possano venire, facciano un minuto di silenzio, ovunque siate. Intanto, ci sarà tempo per le sfumature, ci sarà tempo per i dettagli di interesse giornalistico, ma la notizia che oggi deve interpellarci, quella che dobbiamo esigere per rigore e per giustizia, è questa: ‘La dottoressa Victoria Bertran è stata uccisa da suo marito’. Oggi importante non è lui, ma lei, e l’ingiusta sofferenza della sua famiglia, amici e compagni di lavoro che questa città accompagna nel loro dolore.’

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Lei era arrivata lì chissà come.

Lei, la puta intelligentissima. Si sentiva stranamente calma. Incuriosita da quel posto strano.

Era un recinto di una chiesa, al cui centro – come su un palco in un immenso treatro – si ergeva, maestosissima, una cattedrale con le guglie snelle e chiare. Le ricordava tanto la cattedrale di Barcellona, ma questa era meno grigia. Soprattutto, era strana: chissà chi, aveva deciso di usare la facciata come la scenografia di uno spettacolo. L’elemento religioso non era stato ignorato dagli artisti di questo circo umano; le artiste si erano vestite da suore, con un vestito etereo, cipria, trasparente, che copriva anche gli occhi. Erano bellissime, figure leggiadre e senza volto che si muovevano con la forza di atleta e la grazia da ballerina. Alcune stringevano in mano dei palloncini colorati, che tempestavano ogni angolo della facciata. Un carnevale anticipato.

Mentre ancora cercava di capire di cos’era questo spettacolo, non si era accorta che si era seduta sul recinto di pietra, spalle contro le fredde inferiate verdi, e quando la musica andava scemando, Adria Sonau, la sindaca della città, aveva deciso di mescolarsi alla folla festante per ricordare il legame intimo con la sua città. Andava stringendo la mano a tutti e a tutte, sorridendo. Lei era emozionata, adorava questa donna. Quando le fu vicina, Adria aprì le braccia per dare la mano alle due ragazze di lato, giovanissime. Una, per l’emozione, non trattenne fiati intestinali. Adria fece finta di niente, mentre la porgeva la scollatura a lei, nel mezzo. Lei pensava che quella scollatura sembrasse un gabbiano con le ali aperte, in volo. Vinse la timidezza, e disse ad Aria: ‘Adria, io la stimo tantissimo’ e mentre la donna, sciogliendosi dalle altre due donne, indietreggiava sorridendo, le chiese: ‘M’estima?’. ‘No, no! La stimo, è un sentimento intellettuale, non di cuore!’. Lei sapeva che Adria conosceva perfettamente l’italiano ma nella confusione le parole si erano mescolate e la stima era arrivata come amore alle orecchie della sindaca. Intanto, la ragazza del fiato intestinale aveva cercato lo sguardo di lei, e si era scusata. Ma le cose del corpo non devono chiedere scusa, le avevo risposto lei con gli occhi.

Nel mentre, alle sue spalle era arrivata la piccola barca di lui. Lui faceva parte di una strana e stramba combriccola, proprio come lei. Artisti, poete, musiciste, pittori. Tutti pazzi, tutte anormali. Tutti non conformi. Tutte menadi.

Si volevano bene tra di loro, si proteggevano, si sfamavano a vicenda, si facevano da casa.

Lei non ricordava perché, ma lui oggi sarebbe stato giustiziato – o ci avrebbe pensato lui?

Lei si era voltata verso la porta della piccola barca. Si era alzata, si era seduta sul bordo. Aveva aperto la piccola porta. Lui era steso, feroce nella sua bellezza. Scuro di pelle, nero tutto tranne gli occhi azzurrissimi, profondi, puliti, percorsi ogni tanto da una remota bestialità. Fumava con sguardo sereno e di sfida. Si erano scambiati veloci due battute senza senso, che solo loro potevano intendere. Lei si era sporta ancora di più verso l’interno. Con maestria aveva fatto entrare le spalle, procedendo in diagonale, prima la spalla destra e poi la sinistra; poi si era allineata col suolo reggendosi con le braccia, come in flessione. Un piccolo, elegante ciondolino le oscillava dal bel collo. Il culo, però, proprio non passava. ‘Accidenti, fin qui ci passo ma sai che il culo è quello che è’. Lui la guardava e fumava. Lei si ricordò che quello rischiava di essere l’ultimo giorno di lui. Si chiedeva perché. Non ricordava se qualcuno lo avesse deciso o lui. Ma perché? Era una creatura, era una bella creatura.

Alla fine disse qualcosa di inaudito, per se stessa e anche per lui, il quale non appena ebbe udito queste parole abbandonò ogni residuo di bestialità. Lei disse: ‘Avanti, io non posso entrare. Vieni qui e baciami le tette’. Lui si alzò, dolce. Si inginocchiò. Lei si sentiva, per qualche ragione, Alice nel Paese delle Meraviglie dopo aver bevuto la pozione che la ingigantì, bloccandola in una casa. Ma lei era per metà fuori, e in una barca.

Lui si avvicinò. Sentiva l’odore del suo petto caldo ma non volle sfidare il ciondolino, che nel frattempo si era fermato aspettando di vedere l’esito delle cose, paralizzato. Le baciò la clavicola e non andò più in basso. Le prese il viso tra le mani e sembrò  che lo avesse fatto per tirarsi su, come il pelligrino appeso alla corda che scala la montagna in cerca della croce. Poi arriva sulla cima, dimentica la croce e vede solo luce. La baciò. Lei si sentì riempita di un sentimento splendido, lui era bellissimo e il giorno si svuotò di quella minaccia di morte.

Erano felici. Lei era la più felice di tutti perché si era ricordata di un sentimento.

Poi, in preda a una forte, bellissima emozione, sono stata richiamata al giorno passando per un tunnel coloratissimo in cui ho intravisto la faccia bionda di un angelo senza sesso, e mi sono svegliata, felice anch’io.

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Lily Allen, The fear

‘È naturale. È la natura.’ (?)

Uno degli argomenti cardine del ragionamento normativo è giustificare una determinata organizzazione sociale in base alla ‘natura’.

L’argomento non mi ha mai convinto per due motivi fondamentali: prima di tutto, mi domando quanto veramente conosciamo la natura; in secondo luogo, mi domando come si possa invocare la natura quando quello facciamo è, soprattutto, consapevolmente o inconsapevolmente, distruggerla.

Guardiamoci intorno, nei nostri paesaggi urbani: cosa c’è di naturale negli scenari umani che a malapena includono qualche sparuto albero sull’asfalto?

Non nego che la visione di una bellezza naturale ci riconnetta a un mondo di cui abbiamo fatto parte, di cui ancora facciamo parte, ma che dal quale, al contempo, siamo divisi. Lo ri-conosciamo, ma quanto lo conosciamo? Quanto lo immaginiamo attraverso una gerarchia fittizia a capo della quale l’uomo è in posizione apicale?

Nietzsche mi è venuto in soccorso, con ‘Al di là del bene e del male’ (1886). Nel punto in cui critica la dottrina stoica, si legge:

‘«Secondo natura» volete vivere? O voi, nobili stoici, che impostura dalle parole! Immaginatevi un essere come la natura, sperperatrice senza misura, indifferente senza misura, priva di fini e di riguardi, senza pietà e giustizia, feconda e sterile e contemporaneamente insicura, pensate l’indifferenza stessa come potenza – come potreste vivere conformemente a questa indifferenza? – Vivere – non è proprio un voler essere diversi da ciò che questa natura è? Vivere non è forse valutare, preferire, essere ingiusti, essere limitati, voler essere diversi? E nell’ipotesi che il vostro imperativo «Vivere secondo natura» significhi in fondo lo stesso che «vivere secondo la vita» – come potreste non vivere in questo modo? Perché fare un principio di ciò che voi stessi siete e dovete essere? – In verità la cosa è completamente diversa: mentre voi, rapiti in estasi, date a intendere di leggere nella natura il canone della vostra legge, volete qualcosa di opposto, voi bizzarri commedianti e autoingannatori! La vostra superbia vuole prescrivere e fare assumenere alla natura, perfino alla natura, la vostra morale, il vostro ideale, e pretendete che essa sia natura «secondo la Stoa» e vorreste che ogni esistenza esistesse solo secondo la vostra propria immagine- come una mostruosa, eterna esaltazione e generalizzazione dello stoicismo! Con tutto il vostro amore per la verità, vi costringete così a lungo, con tale perseveranza, con tale ipnotica fissità, a vedere la natura falsamente, cioè stoicamente, finché non siete più in grado di vederla diversamente – e una qualche abissale superbia vi dà alla fine anche la folle speranza che, poiché sapete tiranneggiare voi stessi – stoicismo è tirannide verso se stessi -, anche la natura si lasci tiranneggiare: lo stoico non è infatti un frammento della natura?’

Non sono del tutto d’accordo sulla concezione della natura quale si intravede da questo estratto, ma non è questo il punto; interessante, sì, notare il concetto di ‘indifferenza’ di leopardiana memoria. Mi interessa molto di più sottolineare questa sorta di teoria di proiezione delle proprie convinzioni all’infuori di sé, oggettivandole. È uno smascheramento molto lucido e tagliente, quello di Nietzsche, a cui dovremmo fare più attenzione.

Ricordo la spiacevole sortita di un prete all’ultimo matrimonio cui ho partecipato: ‘celebriamo la creazione di una nuova famiglia attraverso l’unione di un uomo e una donna, l’unica stabilita da Dio in natura’. Ora, tutt@ siamo liber@ di seguire i precetti della religione che ‘scegliamo’. Sarei solo più cauta a generalizzare certi dogmi, a porli come universali e a tirare in ballo la natura.

La questione non è contrastare quant@ vivono in questa coppia il proprio paradiso personale, essendo ogni sentire personale valido (tanto più che esistono creazioni artistiche in questo senso molto poetiche, come dimostra il video ‘Blood of Eden’ di Gabriel, artista peraltro rivoluzionario e originale che sceglie Sinead O’Connor per questo pezzo, artista controversissima – turbando l’immaginario che pur evocano; e tanto più che chiunque può cantare questa gioia oltre ogni identità). Solo, vorrei vivere in un mondo dove non doversi costantemente difendere da imposizioni altrui, specie quando queste imposizioni trovano una forte difesa istituzionale, appellandosi a verità assolute.

Interessante anche questo punto del libro, che deve aver ispirato, quarant’anni dopo, Freud:

‘In singoli e rari casi può realmente essere interessata una tale volontà di verità, un qualche eccessivo e avventuroso coraggio, un’ambizione metafisica di una sentinella perduta che alla fine preferisce pur sempre una manciata di «certezza» a un intero carro di belle possibilità; possono esserci persino puritani fanatici della coscienza, che preferiscono morire su un nulla sicuro piuttosto che su di un incerto qualcosa’.

Si legge, infatti, nel ‘Disagio della civilità’, scritto da Freud nel 1929 e pubblicato l’anno seguente (il filosofo illustra il meccanismo in filosofia, lo psicologo il meccanismo psicologico in società):

‘La civiltà ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza’

Personalmente preferisco questa versione della citazione:

‘L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’

in quanto introducendo il concetto di ‘possibilità’ si stempera la realtà della felicità, restituendola per quello che è, una possibilità che, appunto, spesso viene sacrificata a priori per le certezze confutabili su cui si basa la sicurezza sociale.

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